LA storia dei beni culturali non è soltanto una storia di ricerca, di testimonianze, di documentazioni storiche, di tutela e di valorizzazione, di salvaguardia e di fruizione. È anche una storia di conoscenze, di riferimenti, di rispetto di tradizioni e di affermazioni di identità, di rapporti tra la cronaca, la storia e la memoria. Il dibattito che si è sviluppato nel corso di questi ultimi mesi è una testimonianza importante, dibattito politico - culturale ma anche scientifico. In tutto questo, sia ieri che oggi (oggi in modo particolare per una serie di strumenti e di interventi), il rapporto tra la 'ricerca i l'informazione è stato (e lo è ancora per certi aspetti) sede di un dialogo non sempre idilliaco. I motivi sono tanti. Ma quando si parla di informazione non ci si riferisce soltanto alla registrazione di un evento ( fatto di grande importanza sul piano di una comunicazione tra la ricerca, lo studio e l'esterno) quanto ad una lettura più decodificabile del bene culturale stesso. Soprattutto oggi l'approccio alla comunicazione da parte dei "beni culturali" diventa necessario perché è appunto all'interno del dato comunicativo che si aprono quelle prospettive di natura educativa. In realtà i mezzi di comunicazione sono delle agenzie pedagogiche che trasformano, in questo caso specifico, una dimensione storica e testamentaria in linguaggio e il linguaggio traduce quelle definizioni storiche e quei codici in una vera e propria manifestazione di fruibilità. Se si parte dal presupposto che i beni culturali sono da considerarsi "elementi" della storia della civiltà e quindi sono patrimonio dei popoli non possono che leggersi attraverso la loro traducibilità Sul piano scientifico non sono traducibili. Lo sono invece sul piano culturale. Ma nella cultura dei beni culturali d sono i simboli che parlano. Ogni reperto si richiama a un mito. Si richiama a quell'attesa di nostalgia che soltanto culturalmente può trovare la sua espressione e la sua interazione tra storia e vita. È necessario un dialogo più aperto tra ricerca, capacità scientifica, determinazione nella tutela e funzione partecipazione, atto educativo, precisazione nella valorizzazione. Il dialogo comunque è "antico" e si richiama non ad una separazione tra tutela e valorizzazione ma ad una sinergia che deve puntare ad una maggiore "utilità" dei beni culturali, utilità sia in termini scientifici ( finalizzata ad un progetto integrato di ricerca), sia in termini storici (di visione complessiva in un percorso di identità), sia in termini di fruibilità ( valorizzazione non solo dei beni culturali ma una comparazione con altri settori). Insomma non possono essere campi separati che operano ognuno per proprio conto. Ecco perché la storia dei beni culturali non può essere soltanto la storia della tutela ma il discorso deve ampliarsi perché i tracciati che hanno segnato il percorso storico del bene culturale sono intrecciati da diverse manifestazioni che richiamano pagine importanti della civiltà di un popolo. Ecco perché il rapporto tra i beni culturali e l'informazione diventa fondamentale. In fondo informare è comunicare. E la comunicazione è sostanzialmente un fatto pedagogico. Senza il quale sarebbe impossibile definire un ulteriore dialogo che è quello tra le trasformazione della cultura in partecipazione educativa. Già in sé i beni culturali costituiscono una dimensione pedagogica da spendersi sul banco della proposta educativa. Una proposta complessiva in cui affermazione storica e valore comunicativo rappresentano una chiave di lettura espressiva. I beni culturali in realtà sono anche linguaggio. Ed è questo linguaggio che occorre introdurre in una nuova visione epistemologica in cui ricerca e metodologia educativa si integrano. I beni culturali hanno bisogno di essere partecipati perché hanno bisogno di essere valorizzati. Si valorizzano, e torniamo al discorso fatto prima, grazie a un progetto in cui si deve tendere alla maggiore fruizione attraverso una serie di elementi, i quali devono puntare ad educare il bene culturale. Soltanto attraverso una educazione al bene culturale, che deve essere una educazione permanente, è possibile partecipare la memoria di un popolo, la civiltà di un popolo, la storia degli uomini. È vero, i Beni culturali sono il paesaggio della nostalgia. E in questo paesaggio l'uomo incontra se stesso ma incontra soprattutto i segni di quel destino che hanno fatto il suo passato e che certamente tracceranno come hanno tracciato linee per il futuro. Il paesaggio della nostalgia è la convinzione che nulla va veramente distrutto. E tutto ritorna sotto diversi aspetti. Un coccio soltanto può dare immense rivelazioni. La lettura di un quadro è sì la testimonianza di chi lo ha creato, ma è anche la testimonianza di una creatività che documenta i valori di un'epoca, di una civiltà, di una società. Su questo piano interpretativo vanno considerati i beni culturali se li si vuole rendere partecipati. Su questo piano vanno letti. Perché ogni civiltà ha una memoria che attraversa i secoli e vive nella storia anche quando la storia viene negata. È soltanto queste testimonianze che la storia può diventare vita e la vita dei popoli può farsi voce anche tra i naufragi che viviamo e le incertezze che ci attendono. Si deve continuare a discutere su questi aspetti e su questi problemi attraverso diversi progetti che devono essere fondamentalmente basati su) recupero di una identità e quindi sulla proposta di una dimensione pedagogica. I beni culturali hanno una loro filosofia. Ed è su una base teorica che fondano la loro partecipazione nella storia. La filosofia dei beni culturali vive nel sentimento dell'appartenenza e del recupero di una civiltà che trova la sua maggiore tensione nella metafora della memoria. E questa filosofia non può che avere una pedagogia che ha una sua valenza anche sul piano estetico. Ed è qui che partecipare la storia diventa effetto di comunicazione e quindi di informazione - formazione. Credo che pur partendo da una concezione del bene culturale inteso come restituzione di un sentire bisogna che ci si rimpossessi di una consapevolezza della storia-memoria che può essere percepita e offerta solo attraverso una operazione di sensibilizzazione che la si deve ad un modello di cultura come educazione e come interpretazione. Interpretare significa, comunque, prima di tutto, stabilire un rapporto, ma, sostanzialmente, significa scrivere e capire la storia, in questo caso, dei beni culturali. Educare ai beni culturali è dare senso alla progettualità di una memoria che ha dentro di sé la nostalgia delle civiltà. Educazione come informazione - formazione. Un fatto che è pedagogico, Ma nell'essenza della storia c'è la capacità dei popoli nel comprendersi, nel conoscersi, nel costruire una nuova storia. Anche a ciò devono servire i beni culturali. La Fondazione Agnelli, qualche tempo fa, aveva presentato un lungo e significativo rapporto sui beni culturali in Italia facendo riferimento anche al contesto internazionale. Qui, in questa ricerca condotta da Giorgio Brosio e Walter Santagata (dell'Università di Torino) vengono fuori alcune caratteristiche e tra queste si sottolinea la funzione interattiva di tre sottosistemi che riguardano appunto il sistema beni culturali. I tre sottosistemi di interessi sono la politica, le istituzioni e le imprese. Ciò per dire che i beni culturali devono fare i conti con una realtà eterogenea che non è soltanto quella ricerca scientifica ma è soprattutto quella degli investimenti, dei raccordi istituzionali, dei finanziamenti ( dal rapporto FIO ai Giacimenti culturali alle leggi speciali agli itinerari turistici), della spesa pubblica, dalla struttura o ristrutturazione del Ministero. Si conserva se si conosce. Si torna all'appellativo iniziale. Conservare per conoscere e si conserva soltanto se si conosce. Questo intreccio si risolve solo se si è in grado di creare progetti educativi con la collaborazione di diversi istituti, ma in prima istanza se si crea una collaborazione stretta tra mondo dei beni culturali e mondo della scuola. L'agenzia della tutela deve operare di concerto con l'agenzia educativa. Pur partendo da problemi eterogenei e pur finalizzando a scopi eterogenei la ricerca il percorso deve essere un percorso unitario. I beni culturali e la scuola E con questo rapporto si vuole far prevalere un dialogo sempre più aperto tra cultura e territorio, tra ricerca e partecipazione. Il museo raccoglie consensi solo se riesce a creare interessi e così la scuola crea interessi, in questo campo, solo se riesce ad offrire stimoli. In una società conflittuale, non trasparente, della transizione, come più volte viene definita, educare alla partecipazione, per ciò che riguarda il bene culturale, è educare alla rottura della solitudine rim-possessandosi del dialogo con la storia o meglio con il tempo ritrovato. Forse è questa una lettura suggestiva e meno arida II tempo ritrovato è nei segni, nei simboli, nei luoghi che fanno dei beni culturali la metafora dentro la quale l'uomo ritrova se stesso, le radici e una antica identità che ancora gli appartiene.