Un pezzo dell'Arsenale ducale a Modena, una caserma borbonica del 700 a Catania, un importante palazzo di fine 800 a Palermo, un notevole esempio di razionalismo anni 30 a Firenze. Per non parlare delle torri dell'Eur a Roma, o delle poste del centro di Milano. Non si è ancora spenta l'eco delle rassicurazioni diffuse dal governo attraverso la direttiva del Cipe sull'alienazione del demanio culturale ed artistico e già le promesse sono inghiottite da una realtà ben più prosaica: il primo elenco di beni pubblici messi in vendita entro la fine dell'anno (cioè entro oggi) comprende immobili di grande pregio. Un veloce controllo da parte delle associazioni (Italia Nostra) e dei Verdi hanno messo in mora il governo e, soprattutto, il suo ministro economico, responsabile dell'operazione. «Giulio Tremonti non è un ministro, ma il titolare di un'agenzia immobiliare», ha ironizzato il senatore Sauro Turroni, vicepresidente della commissione ambiente di Palazzo Madama. La mossa, infatti, è targata via XX Settembre. Il 24 dicembre, infatti, con il decreto legge 282, Tremonti ha accelerato il processo di dismissioni (per ora lasciando fuori la Patrimonio SpA), disponendo l'alienazione «considerata urgente» di una trentina di immobili. Oltre alle torri dell'Eur e alle poste milanesi, ci sono moltissime manifatture tabacchi e depositi di generi di monopolio, gia dell'Eti. Un po' di muraglie sporche dallo smog, pensa il lettore distratto, e passa ad altra notizia. Non è affatto così, persino a una iniziale sommaria ricognizione. Insiste Turroni: «I beni sono fra l'altro venduti a trattativa diretta, senza alcuna gara né procedura di evidenza pubblica, ma soprattutto senza avere verificato, come impone la legge, che fra essi non vi siano beni di intresse culturale, storico e artistico. Noi verdi già ora possiamo dire che, fra i beni elencati dal decreto, figura un pezzo dell'Arsenale ducale di Modena, importante testimonianza della storia cittadina preunitaria che l'immobiliarista Tremonti vorrebbe cancellare». Non è tutto. Allertatasi immediatamente, anche Italia Nostra ha scovato altre dismissioni sospette. Racconta la segretaria Gaia Pallottino: «Le manifatture dei tabacchi di Catania sono inserite in una bellissima caserma borbonica del XVIII secolo, situata in pieno centro storico, che un progetto recente ma dimenticato voleva destinare al museo archeologico di cui la città manca». L'associazione si è sentita fra l'altro presa in giro: «Pochi giorni fa, il ministro Giuliano Urbani ci aveva garantito che sarebbe stata diramata una circolare ai soprintentendenti perché visionassero gli elenchi dei beni dismessi e autorizzassero le vendite. Ora scopriamo che il soprintendente siciliano non è nemmeno stato informato delle decisioni. Evidentemente, il ministro dei beni culturali è stato surclassato da quello dell'economia, in barba alle direttive del Cipe che stabiliscono la preventiva consultazione ed intesa con il ministero interessato». «Invalideremo la vendita presso le competenti sedi giudiziarie, se è stata perfezionata entro il 31 dicembre come annunciato, poiché viola le leggi vigenti», annuncia Giovanni Lo Savio, del consiglio direttivo di Italia Nostra. Fra l'altro, non è stato chiarito in che ruolo agisce, in questa vicenda, la Fintecna, società del Tesoro: l'ex Iri è commissionaria alla vendita oppure destinataria di un trasferimento a titolo oneroso?