Ma secondo Pili è una «dichiarazione di guerra Mauro Pili si prepara alla battaglia campale. Se per il deputato di Forza Italia «il ricorso al Consiglio di Stato da parte della Regione sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze estreme che ciò politicamente comporta», c'è da affilare le armi. Perché la decisione di viale Trento, dopo una giornata trascorsa negli uffici legali «per ripercorrere le tappe della vicenda», dovrebbe essere proprio quella: andare in appello contro la decisione del Tar di Cagliari di riammettere il referendum sul Piano paesaggistico regionale. Molto più che una ipotesi: ma sarà discussa - e ufficializzata - oggi, dopo la seduta della Giunta. Le posizioni degli schieramenti sul campo sono nette. Quella di Pili e dei referendari è basata soprattutto sull'emotività e sugli slogan: posto che «non accetteremo in nessun modo una simile arroganza» - riferito al probabile ricorso, che pure sarebbe un passo legittimo da parte della Giunta, da combattere non si capisce bene con quali armi - il discorso è sempre collegato al fatto che «Soru vuole mettere il bavaglio ai sardi e impedire in ogni modo che si possano esprimere su un piano paesaggistico devastante per la Sardegna». A corredo ci sono le 24mila firme che avevano supportato la richiesta di consultazione bocciata il 15 marzo scorso dall'Ufficio per il referendum riammessa due giorni fa dal Tar. Anche a caldo i commenti erano stati propagandistici, con tanto di «vittoria della democrazia» e «ritorno alla legalità». Ieri, a rincarare la dose, non è mancato Piergiorgio Massidda: per il coordinatore regionale di Forza Italia «è stata fatta giustizia nei confronti dei cittadini. Per la Giunta regionale la scusa dell'ambiente è stata solo la foglia di fico per nascondere quelle che erano le reali volontà di accentramento del potere». Saranno «ancora impegnati a stappare lo champagne per festeggiare la sconfitta di Soru nel Partito democratico», ma «nessuno, nella maggioranza, pensi di assegnare le colpe al solo governatore perché gran parte della sinistra, con la propria compiacenza, è responsabile dei danni creati ai sardi in questi anni». Sulla stessa linea il senatore azzurro Fedele Sanciu: «In attesa di quest'importante sentenza, i sardi hanno pagato tributi altissimi in termini di stagnazione dell'economia isolana e costante aumento della disoccupazione. È il segno del fallimento del progetto politico di chi si ritiene il governatore assoluto della Sardegna». Tutto come se il referendum fosse già vinto. Ma serve capire se i numeri e la sola spinta emotiva possano bastare. Il precedente - la manifestazione di 10 giorni fa, a supporto dell'altro referendum già fissato per il 29 giugno sulla legge salvacoste - non autorizza a facili entusiasmi: con 30mila firme depositate e le stesse parole d'ordine, i partecipanti attesi dovevano essere 20mila e invece a sfilare per le vie di Cagliari c'erano sì e no 2.500 persone. Certo, dal punto di vista dei possibili risultati e del peso politico i due referendum sono molto differenti: se una eventuale bocciatura popolare della legge salvacoste non inficierebbe la tenuta del piano paesaggistico perché l'approvazione dello stesso piano ha di fatto chiuso nel cassetto la legge 8, la consultazione riammessa dal Tar punta dritta all'impianto generale di quello che è uno dei fiori all'occhiello dell'attuale legislatura. Un passaggio di cui in viale Trento non si può non tenere conto. Il ricorso al Consiglio di Stato da parte della Regione dovrebbe essere basato su un fatto tecnico: secondo l'assessore all'urbanistica Gianvalerio Sanna, la consultazione resta «comunque non ammissibile». I giudici di Roma, in sostanza, ragioneranno sul fatto che «ci sono materie sottratte ai referendum abrogativi». Fra le altre «quelle che derivano da direttive comunitarie e dall'esecuzione di leggi statali, come la materia paesaggistica è». La diga attorno al Piano della Giunta sarebbe in pratica il Codice Urbani: «Possiamo contrastare su questo terreno l'idea che possa essere messo in discussione un atto di esecuzione di una legge dello stato». Anche in questo caso: basterà? Se a Roma dovessero confermare la sentenza del tribunale amministrativo di Cagliari si aprirebbe tutta un'altra partita, basata fondamentalmente sulla comunicazione. Campagna referendaria ma non solo. E la Regione avrebbe dalla sua le associazioni ambientaliste, con il Wwf in prima linea: pronta già da ora ad affiancare viale Trento «in ogni iniziativa tesa a tutelare l'impianto normativo del Piano paesaggistico e della legge salvacoste, utili a difendere l'efficacia dei provvedimenti normativi regionali che oggi rappresentano l'unica vera opportunità di tutela e di valorizzazione dell'ambiente, del paesaggio e della biodiversità della Sardegna». Ma è «inderogabile», a questo punto, «una campagna informativa perchè i sardi comprendano il senso e l'importanza del Piano e delle normative di tutela e conservazione dell'ambiente: negli ultimi tempi», continua il Wwf, «il senso e i contenuti del Ppr, come quelli di altri provvedimenti finalizzati al buon governo del territorio, sono stati comunicati all'opinione pubblica in maniera parziale e distorta, soprattutto da parte di chi, difendendo interessi di varia natura, ritiene che si possa creare sviluppo in Sardegna svendendo le coste, il paesaggio e i valori della biodiversità. I sardi devono invece comprendere che oggi è importante preservare, tutelare e valorizzare l'identità ambientale, storica, culturale e insediativa del territorio dell'isola a vantaggio di uno sviluppo più sostenibile e duraturo». La decisione dei giudici amministrativi non sembra preoccupare Chicco Porcu: «Ben venga la decisione del Tar sul Ppr se questo sottrae la discussione alle distorsioni propagandistiche e demagogiche portate avanti sin qui dal centrodestra», dice il capogruppo di Progetto Sardegna in Consiglio regionale. «Il Piano rappresenta uno strumento fondamentale per garantire uno sviluppo diffuso ed equilibrato che impedisca il sacco delle coste che si è consumato per anni nella totale assenza di regole. Sostenere formule generiche e appellarsi a una non meglio definita volontà popolare per cancellarlo maschera solo la volontà di diventare paladini di un far west selvaggio a misura dei più ricchi e dei più forti».