DAL NOSTRO INVIATO PARIGI. È qui che tutto è cominciato. Rue des Archives 34. Il Beaubourg si vede appena, è come unastronave a colori. Dal laboratorio sulla strada Renzo Piano guarda però un altro futuro: Milano, Italia. Scheletri di una vecchia fabbrica appesi alle pareti, fotografie di Berengo Gardin che catturano i fantasmi di un altro mondo. Cè un lungo capannone ricostruito con il vetro e lacciaio che si intreccia con il verde selvaggio del lento abbandono: quando alla Falck di Sesto San Giovanni cera la classe operaia si chiamava laminatoio, e vengono in mente le faccein bianco e nero di un secolo fa, il tonfo delle presse, il fumo un po acre e la sirena che annuncia la fine del turno. Si farà qui il museo darte moderna che manca a Milano, il nuovo Beaubourg che la politica ha rimandato negli anni per miopia e sterili conflitti. Ma la rivoluzione dellarchitetto che allinizio degli anni Settanta fece atterrare il futuro a Parigi è unaltra, e cancella i confini di una città rimasta chiusa nel suo cerchio di gesso. «Un giorno ti accorgi che basta fare un passo e sei fuori - dice Piano - e di colpo hai cancellato laggettivo periferico». Milano la periferia la cancella con il progetto che domani verrà presentato al presidente Giorgio Napolitano in visita al cantiere di Sesto, dove in quei 150 ettari di archeologia industriale lasciati liberi dagli altiforni e dalle acciaierie Piano ha reinventato una città, «la città delle idee», dove larte è integrata con la scienza e con la tecnologia, dove il verde penetra nelle case alte ottanta metri e la botanica e la geotermia diventano impresa, dove il Nobel Giorgio Rubbia sperimenta la connessione con veicoli a trazione elettrica o idrogeno con un nome da saga di Tolkien: gli Elfi. E dove leconomista Guido Rossi teorizza insieme a Piano lequità sociale, lidea che la ricchezza che viene creata deve essere generosamente ridistribuita. Cè un nuovo linguaggio dietro questo progetto che è anche un piccolo sogno, inseguito da un altro collaboratore di Piano, il regista Ermanno Olmi: è lidea del risarcimento urbano, ridare con la sostenibilità ambientale qualcosa che alla città è stato tolto. «Dagli anni Cinquanta il verde è stato espropriato. Bisogna dire basta, per evitare lesplosione. Oggi bisogna avere il coraggio di togliere». E un ritorno che segna tante svolte quello di Piano nella città dove si è laureato e ha cominciato a disegnare nello studio di Albini, perché parte da un simbolo del passato come la fabbrica «per resuscitare quellansia del sociale» che Milano ha interpretato al meglio negli anni dei miracolo italiano, quando si chiamava capitale morale. La fabbrica come etica, innovazione, curiosità artigiana, aderenza alla concretezza, capacità diesplorazione, portatrice di cultura. Un luogo aperto, come aperto è il suo progetto, leggero, con grandi trasparenze, appoggiato sul terreno, «quasi omeopatico», suggerisce. Ci sono le case, ma quello che esplode è davvero il verde, e Piano prima di accettare lofferta del costruttore Zunino ha chiesto che il verde non sia privilegio di pochi, ma spazio pubblico, distribuito a tutti i cittadini perché è così che si crea qualità urbana. «Le abitazioni, il verde, il lavoro, la cultura, tutto deve creare connessione». La città, ogni città dice Piano, «deve respirare, ha bisogno dei colori», e gli architetti e gli urbanisti devono restituire alla città la dimensione del bello, che non deve essere esclusivo. «Passeggiando per giorni in quellarea - racconta - mi sono reso conto che il progetto era già fatto, che la natura si era impossessata dei relitti industriali e bastava soffiarci dentro, riportare alla luce lanima dispersa della memoria, legare quel mondo di valori al nostro fragile presente». Il museo darte moderna arriva dopo, è lultima magia che il sindaco di Sesto Oldrini, il presidente della Provincia Penati e lassessore alla Cultura Benelli gli chiedono di disegnare: avrà una superficie espositiva di io mila metri quadrati, sarà pronto alla fine del 2008. Aprirà forse un conflitto con Milano, o forse no, magari diventerà un progetto comune: dipende dalla politica. Per il Museo dellarte moderna cera la destinazione dellArengario, ma il progetto arranca per lesiguità degli spazi. Si parla di costruirne uno nuovo nellarea dellex Fiera: ma i tempi saranno lunghi. «Io non cerco conflitti, lassessore Sgarbi aveva già detto che un Museo darte moderna necessita di grandi spazi e nella mia fabbrica ci sono». A Sesto Renzo Piano rimuove una lunga serie di luoghi comuni, con larte abbatte anche tutti i muri tra Milano e il suo hinterland. È un nemico delle periferie di lusso, chiuse da antistoriche barriere. «Milano è una città complessa - dice - ma la complessità è un valore. Il futuro non è la monocultura ma librido, il meticciato. È nel mix, nelle fusioni tra le diversità che si crea ricchezza. Qui la cultura è nella storia, in un passato di grande orgoglio e vitalità. «Dobbiamo reagire alla fragilità del mondo con qualche idea forte - dice Piano - è la sostenibilità e lansia del sociale lo sono». Lalternativa è soltanto una città che diventa un vuoto contenitore di eventi.
MILANO - Piano: A Sesto costruisco il mio secondo Beaubourg
Il progetto di Renzo Piano per il Museo darte moderna a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, è un progetto ambizioso che mira a creare una città innovativa e sostenibile. Il progetto prevede la ricostruzione di una vecchia fabbrica in un area di 150 ettari, dove verranno costruite case, spazi pubblici e un museo darte moderna. Il progetto è stato realizzato con l'aiuto di altri collaboratori, tra cui il regista Ermanno Olmi, che ha lavorato sulla idea del risarcimento urbano. Il progetto mira a creare una città che sia leggera, trasparente e aperta, con grandi spazi pubblici e una forte connessione tra la cultura, il lavoro e il verde.
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Bene culturale
Luogo