Che succede sul fronte dei musei archeologici, in particolare nel maggiore centro archeologico del mondo, Roma, a cui capita di essere anche la capitale d'Italia? Ecco le esperienze di un illustre turista e più che turista, un professore americano di passaggio a Roma nello scorso ottobre. «Conosco bene la città ci scrive , e ogni volta che ho la fortuna di andarci mi faccio una piccola lista di musei e monumenti da vedere o rivedere». Seguendo la sua lista, il professare va a visitare il museo della Crypta Bulbi, Gli hanno detto che è bellissimo (ed è vero), e vuole vederlo per la prima volta di persona. Chiuso per sciopero. Ma torna il giorno dopo, e ne resta assolutamente entusiasta. Elogi alla Soprintendenza archeologica che ha pilotato questa success story. Poi va ai Musei Capìtolini, che conosce già benissimo, dà uno sguardo alle stanze più famose e celebrate, ma poi vuol vedere quelle "minori", peraltro ricchissime di materiali di eccezionale qualità e importanza in questo che è il più antico e uno dei più gloriosi musei del mondo. Niente da fare, «chiuso per restauro» gli dicono; ma un custode impietosito di fronte alle insistenze gli sussurra che no, non di restauro si tratta, ma di "concentrazione" : hanno deciso cioè di lasciare aperte solo le stanze più frequentate e più famose, concentrando gli sforzi e ìl personale su quelle (e magari sulla caffetteria), e chiudendo le altre. Chi ha preso questa decisione? La direzione dei musei o l'impresa privata che gestisce i Capitolini sulla base di un contratto con il Comune di Roma? Sarà questa la sorte dei nostri musei, chiuderli in parte, vietare allo sguardo tutto ciò che qualcuno ritiene "minore"? E non sarà questa l'anticamera dì una fase successiva in cui certe cose («tanto, nessuno le guarda») andranno in magazzino, e poi in vendita? Terza esperienza. Desiderava, lo sfortunato professore innamorato di Roma, visitare gli Horti Sallustiani. Sapeva, da una visita precedente, che era in corso un 'estesa campagna di restauro, pagata dalla Camera dì Commercio. Un amico italiano gli aveva detto che la campagna era conclusa. Ma quando si reca sul posto, sorpresa! Sì, è vero, il restauro è concluso, anzi gli dicono «è venuto benissimo». Tanto bene che la Camera di commercio usa gli spazi interni per le proprie riunioni e quelli esterni come parcheggio. Ergo, l'intero complesso è chiuso al pubblico. Ma ci sono, volendo, visite guidate su prenotazione: tuttavia nessuna di queste è prevista non solo in quella settimana, ma nemmeno nelle successive. Ecco un ottimo esempio di dove può condurre la cronica mancanza di fondi per i beni culturali. Per poter fare un restauro, sì cercano finanziamenti privati: ma poi in molti casi il privato si appropria degli spazi ( li chiude al pubblico). Esattamente il contrario di quanto accade nel conclamato (ma in realtà ignorato) modello americano, dove i donatori privati danno soldi precisamente perché le opere e i monumenti siano più (e non meno), visibili al pubblico. Tre storie esemplari, di che cosa può voler dire "privatizzazione" in mancanza di regole certe e chiare. Il professore americano riparie, infelice e frustrato. Tornerà? Le frustrazioni di un illustre turista americano a Roma: sarà questo il futuro dei musei?