Rilanciare il ruolo, il valore e il senso degli archivi: «non soltanto come luoghi di conservazione di fonti preziose per gli storici, ma anche e soprattutto come scrigni di memoria e di identità di popoli e nazioni che possono fornire strumenti di trasparenza democratica, di tutela dei diritti e di controllo dal basso del potere». È l'obiettivo che si prefigge Linda Giuva, foggiana, docente di archivistica generale all'università di Siena (nella sede di Arezzo), nonché responsabile a Milano del corso di Metodologia della ricerca d'archivio all'interno del primo Master in giornalismo investigativo. Un'esperienza collaudata tra l'Archivio Centrale di Stato, l'insegnamento accademico e seminariale e importanti incarichi per amministrazioni pubbliche, un bagaglio saggistico di tutto rispetto, Giuva è ora autrice, con Stefano Vitali e Isabella Zanni Rosiello, di un volume dal titolo tanto eloquente quanto provocatorio: Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea (Bruno Mondadori editore, pagg. 211, euro 20). Giuva è a Napoli per presentarlo con Zanni Rosiello oggi alle 10 nella sede dell'Istituto Banco di Napoli Fondazione in via Tribunali 213, per iniziativa dell'Anai, Associazione nazionale archivistica italiana. Dopo i saluti di Adriano Giannola e Aldo Pace introdurrà i lavori la soprintendente archivistica Maria Rosaria de Divitiis, che parlerà del libro con gli storici Andrea Graziosi, Girolamo Imbruglia e Lilia Costabile. «Questa sede è un tempio emblematico della memoria» commenta Giuva, per la quale la situazione archivistica napoletana «condivide con il resto d'Italia una tradizione che viene da lontano: divisa tra un'enorme ricchezza di fonti e altrettante difficoltà, finanziarie, e umane, vissute dal settore». Di qui, aggiunge, l'intento del libro: «Nato da un moto di ribellione di addetti ai lavori per richiamare l'attenzione sul valore sociale degli archivi, sulla loro importanza cruciale non soltanto per gli storici, che oggi possono avvalersi anche di altre fonti, ma per l'intera comunità. L'abbiamo scritto - continua Giuva - come una sorta di denuncia in positivo, per uscire dalle secche autolesioniste del piangersi addosso e spiegando perché è necessario rilegittimare gli archivi, investendo in essi e aiutando a trovare risorse, risposte concrete e alleanze sul piano locale e nazionale». Già. Ma quale "potere" ha il settore degli archivi, spesso dimenticato, con penuria di personale in un Paese che continua a non investire seriamente nella risorsa cultura, tutelando adeguatamente un patrimonio documentario forse unico al mondo? «Occorre comprendere - spiega Linda Giuva - che gli archivi sono un bene culturale a scarso rendimento economico, e vanno perciò considerati per altri valori che veicolano, fondamentali per la civiltà di una comunità. Non sono, certo, come i musei o i siti archeologici, meta di milioni di persone e fonti di introiti. Ma è proprio questo il punto: una delle cause delle condizioni in cui versano gli archivi italiani oggi è proprio l'approccio economicistico alla risorsa cultura, simboleggiata dall'espressione "giacimenti culturali" coniata ai tempi di De Michelis». Nel volume, una ricognizione innovativa dell'evoluzione degli archivi nel Novecento soprattutto nella seconda parte del "secolo breve", Giuva affronta il rapporto tra archivi e diritti dei cittadini: «Un equilibrio molto complesso, che deve mediare tra il diritto all'uso degli archivi contemporanei, la tutela della privacy e il problema del segreto di Stato». Informazioni delicate, irradiate da "granai dello spirito" che si configurano, spesso, come sepolte miniere immateriali. do.tro.