Con «Otium ludens» per la prima volta le antichità vesuviane arrivano in Russia Quando, nel 1748, iniziarono le scoperte archeologiche sulla collina della Civita, nell'allora tenimento di Torre dell'Annunciata, ci fu un gran discutere fra i dotti di quell'epoca su quale nome attribuire alla città antica che si andava disvelando fra i vigneti che lì crescevano rigogliosi. I testi letterari antichi proponevano due possibilità: il nome di Stabiae, piccolo centro fortificato assediato e distrutto da Silla nell'89 avanti Cristo; e quello di Pompei, ricoperta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo, come descrivono le lettere scritte da Plinio il Giovane al suo amico Tacito. Il dibattito fu risolto positivamente per Pompei a seguito del ritrovamento, del quale Winckelmann dette notizia nel 1763, di un'iscrizione che menzionava proprio questo toponimo. Così che con quello definitivo di Stabiae vennero distinti i ritrovamenti che, fin dal 1749, si erano susseguiti sul pianoro di Varano, in tenimento per lo più di Gragnano, posto a dominare il piccolo, allora, borgo di Castellammare. In tempi a noi più vicini, l'intervenuta completa ricopertura degli scavi settecenteschi e la continua attività agricola sul pianoro di Varano costituivano elementi che fecero perdere interesse alla prosecuzione di ricerche archeologiche: tanto più che la Soprintendenza di Napoli, fino alla seconda guerra mondiale, esplicava il proprio controllo sull'intera Campania e su parti dell'Abruzzo e della Basilicata, essendo così costretta a focalizzare i propri interventi, sempre comunque limitati a causa della endemica ristrettezza finanziaria, su quei siti che si ritenevano prioritari. E, nel settore vesuviano, la parte del leone era rappresentata da Pompei. Negli anni '50 del XX secolo si verificarono, a Castellammare di Stabia, condizioni che permisero la ripresa delle attività archeologiche a Varano. La recente edizione completa del diario tenuto da Libero D'Orsi, professore e poi preside della locale scuola media, grazie alle cure di Antonio Carosella ci permette di seguire, giorno per giorno, l'attività di questo entusiasta amante delle antichità del luogo nel quale esercitava la propria professione. Il parallelo sviluppo edilizio dette motivo di altre, diverse, scoperte: come quella della necropoli di Santa Maria delle Grazie, documentata in epoca arcaica e, con variabile continuità, fino al IV secolo avanti Cristo. È solamente dopo le distruzioni conseguenti agli eventi sismici del 1980 che l'attenzione, istituzionale e specialistica, tornò ad interessare Stabiae e in particolare le ricche ville del pianoro di Varano. L'attività di restauro e di ricostruzione di quelle, protrattasi per vari anni, ha dato spunto alla prima e, finora, unica edizione scientifica moderna completa di una di esse, quella di San Marco, ad opera di un gruppo di studio diretto da Alix Barbet. Accanto alle attività istituzionali della Soprintendenza, rivolte principalmente alla tutela ed alla conoscenza scientifica dei monumenti antichi, e a quelle del Comune si è manifestata un'interessante, ed inedita, iniziativa di natura privata. Si è infatti costituita nel 2002 una Fondazione di interesse regionale, formata da cittadini di Castellammare di Stabia e dalla «School of Architecture» dell'Università del Maryland, intitolata «Restoring Ancient Stabiae». Dell'abitato di Stabiae per la fase cronologica arcaica non conosciamo nulla: la localizzazione della necropoli di Madonna delle Grazie (attualmente nel territorio del comune di Gragnano) potrebbe far dedurre che esso si trovasse sul pianoro che la domina da Sud. La necropoli è posta a valle dell'estremità settentrionale del pianoro, il quale, a quell'epoca, era molto più vicino alla linea di costa di quanto oggi si osserva. A Varano, come indica la continuità d'uso delle necropoli sottostante di Madonna delle Grazie, l'abitato di epoca arcaica che vi è stato supposto si è sviluppato fino ad assumere una forma urbana tale da giustificare l'identificazione corrente con la notizia letteraria relativa all'assedio ed alla distruzione portati da Silla ai danni dell'oppidum di Stabiae nell'89. È incerto se quanto accenna Plinio sia da riferirsi ad un'obliterazione fisica dell'abitato oppure istituzionale della realtà politica di questo: da parte di Silla, ed in quel contesto di eventi, può essersi realizzata sia la prima sia la seconda possibilità. L'impianto abitato strutturato noto sul pianoro di Varano, dopo la distruzione sillana, si è spostato verso la spiaggia. Ma il paesaggio viene radicalmente modificato dalla costruzione, ben entro la fine del I secolo avanti Cristo, almeno della villa così detta di San Marco e dell'ingrandimento di quella di Arianna, il cui primo impianto è da assegnare alla generazione precedente, sul tratto terminale del pianoro così da dominare la ripida pendice sottostante più alta di almeno 20 metri di quanto attualmente risulta, ai piedi della quale si estendeva la spiaggia. Quest'ultima è stato ricostruito aver avuto una discreta ampiezza fino al mare. Una tale posizione dominante non sembra si possa ricondurre al solo desiderio dei proprietari di godere del panorama costituito dal Golfo di Napoli. La ideologia ben attestata in quel periodo storico è, piuttosto, rivolta all'utilizzazione economica delle risorse naturali, fra le quali rientra, a piena ragione, la conformazione del suolo. La scelta, quindi, del luogo di edificazione andrà interpretata come segno del potere esercitato da quei proprietari sul comprensorio circostante. Ad oggi sono parzialmente note, in analoga posizione, altre cinque ville che si scaglionano lungo il limite occidentale del pianoro con vista sul mare: la loro conoscenza archeologica è, però, di gran lunga inferiore rispetto a quella posseduta per la villa di San Marco. Una ricca selezione di reperti stabiesi, incentrata su 95 affreschi figurati e due interi ambienti ricostruiti, sarà presentata al museo statale dell'Hermitage, a San Pietroburgo, da venerdì 7 al 30 marzo 2008. È la prima volta che una mostra archeologica di tematica vesuviana viene allestita in Russia: e la rinomanza della sede aggiunge pregio all'evento, già di per sé eccezionale. Una realizzazione del genere è anche conseguenza della lunga storia attraversata dalla ricerca archeologica che si è compiuta a Castellammare di Stabia: e che, nel suo alternarsi di fortuna e di oblio, di impegni delle più diverse personalità ed istituzioni, di fughe in avanti come di arresti imposti dall'alto o conseguenti a stanchezze e disinteresse ha sempre evidenziato l'interesse intrinseco delle preesistenze archeologiche di quel sito. La valorizzazione di esso, che attualmente perseguono il Comune, la Fondazione e la Soprintendenza si aggiunge, come un tassello, ad una più complessiva ed ampia opera di sviluppo delle opportunità a disposizione della popolazione locale, in atto da parte di altri enti: di certo non pretende di poterne rappresentare l'asse portante. Sopra, in basso a sinistra e a destra affreschi di Stabiae; sotto gli scavi, in alto un ambiente ricostruito