Quando Marino Cortese era assessore alla Cultura, nella giunta Costa, aveva pazientemente intessuto una trama di rapporti con le diverse istituzioni culturali veneziane, creando un laboratorio di cultura che poi aveva trovato la sua visibilità nel Salone dei Beni Culturali, dove tutte le diverse componenti, pur conservando la loro identità, erano unificate in unico, vasto spazio. Niente di tutto questo all'XI Salone che si è concluso ieri. Se le singole istituzioni, dalla Biennale a Palazzo Grassi, dalla Fondazione Querini Stampalia all'Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, dalla Codess Cultura al Museo Ebraico erano disseminate nei due saloni della manifestazione, dei Musei Civici Veneziani nemmeno l'ombra. Una clamorosa defezione che suscita qualche perplessità soprattutto nella prospettiva della nuova Fondazione. «In nome della managerialità e anche della ricerca sempre più spasmodica di contributi privati, sembra essersi persa la capacità d'indirizzo culturale propria di un ente pubblico» hanno commentato in molti, sperando che si tratti solo di una fase transitoria forse dettata dall'esigenza di risparmiare i quattromila euro necessari a prenotare lo spazio per un proprio stand. E così, di fatto, il Comune si è trovato ad essere "virtualmente presente" assieme a Palazzo Grassi, e solo grazie al progetto del museo di Punta della Dogana. Se il giorno dell'inaugurazione il sindaco Massimo Cacciari ha pubblicamente riconosciuto l'importanza del Salone, ad ereditare questo ruolo-guida è arrivata allora la Regione Veneto, che ha utilizzato il suo stand per presentare le iniziative più importanti patrocinate a Venezia e in tutto il territorio regionale. E a crederci è anche la Provincia, impegnata nel promuovere il turismo culturale, specie dell'Est Europeo, come dimostra la borsa del turismo "Viaggiandum. Altro mutamento: fatta eccezione per il Polo Museale di Venezia, non erano rappresentate le Soprintendenze che operano in territorio, pur essendo il Ministero dei Beni culturali tra gli espositori e i patrocinatori dell'iniziativa. La scarsità di fondi e quella del personale giustifica ampiamente questa assenza, che peraltro è segno dei tempi cambiati. Nei primi saloni il sostegno dell'ente pubblico era determinante, e quasi assente, al contrario, la partecipazione dei privati.Adesso, attorno al nodo centrale del restauro, si coagulano le ditte private che mettono a disposizione la loro tecnologia con un proficuo scambio di informazioni e anche di accordi concreti. È il caso, ad esempio, del Distretto veneto dei beni culturali o dell'Ance (Associazione costruttori edili) di Venezia o dei Vegabeniculturali. Positiva anche la partecipazione della Fiera di Verona a Veneziafiere, l'ente promotore del Salone. Le stesse dichiarazioni del direttore Maurizio Cecconi, sembrano indicare che questa è la direzione giusta per il futuro: «Si va sempre più verso una maggiore importanza dell'economia e della comunicazione nell'arte».
Venezia. Salone senza Musei civici. Scoppia la polemica. Il Comune si è fatto rappresentare da Palazzo Grassi
Il Salone dei Beni Culturali si è concluso a Venezia senza la presenza delle istituzioni culturali locali, come la Biennale, Palazzo Grassi e il Museo Ebraico. Questo ha sollevato perplessità, soprattutto nella prospettiva della nuova Fondazione. Il Comune si è trovato ad essere "virtualmente presente" assieme a Palazzo Grassi, grazie al progetto del museo di Punta della Dogana. La Regione Veneto e la Provincia hanno utilizzato i loro stand per presentare le iniziative più importanti. Le Soprintendenze non sono state rappresentate, a causa della scarsità di fondi e personale. Le ditte private hanno invece partecipato, con la loro tecnologia e accordi concreti.
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