Questo vasto programma si realizzerà attraverso protocolli specifici per le singole città. Quello per Napoli - fra Regione, Comune, Arcidiocesi, ministero dei Beni culturali - è stato già firmato. Si procederà, entro un anno, alla stipula di un accordo di programma cui aderiranno anche il ministero dell'Università e quello dell'Interno. Per le altre città interessate, il dicembre di quest'anno dovrebbe segnare il punto di partenza di un analogo percorso. Si tratta indubbiamente di un programma ambizioso dal momento che, se ben spese, queste risorse potrebbero costituire un vero programma di rigenerazione urbana. Un programma in grado di dare forza a quel «sistema di città» che oggi va visto come uno dei motori dello sviluppo regionale. Non è poca cosa: soprattutto se si evita di ridurre il tutto ad una distribuzione a pioggia di queste risorse e si privilegiano quelle soluzioni attraverso le quali, anche per l'esistenza di forme di cofinanziamento pubblico e privato, è ragionevole ipotizzare che si possa giungere a risultati di effettiva concretizzazione di poli strategici del «sistema delle città». Risultato raggiungibile se si mette in moto una discussione vera, fatta di competenze e conoscenze storiche, che possa evitare stravolgimenti modernisti delle nostre città, assicurandocene peraltro un effettivo adeguamento ai tempi. Naturalmente tutto questo, proiettato su Napoli, acquista fascino ed interesse, ma anche livelli singolari di problematicità e difficoltà. Il centro storico è una realtà vasta e complessa e si trascina il peso di discussioni lunghe ed annose che, riproposte oggi, non servono a molto. Forse, più che la storia e le polemiche napoletane del passato, possono essere d'aiuto le esperienze di altri e i più attuali indirizzi di intervento sui centri urbani. Prima di tutto c'è un concetto di base da affermare e condividere. Il centro storico è un bene da conservare e rigenerare ma che, proprio attraverso il suo rilancio, deve rappresentare il motore di una ripresa anche delle zone limitrofe: deve insomma servire, nel suo insieme, a tutta la città. Un secondo punto riguarda le attività o le funzioni. Un centro storico come quello di Napoli non può privilegiare sulle altre una sola funzione urbana, ma piuttosto deve proporsi, nel suo insieme, come una parte urbana complessa, in cui trovino posto le residenze civili, i servizi, le attività culturali, il turismo. Una terza indicazione può riguardare i «punti di attacco» dell'intervento, punti che debbono rappresentare pezzi di città ristrutturati in modo compiuto ed in grado di innescare processi di riqualificazione estesi anche ad altre parti interne al centro storico. Ecco perché credo che sia importante pensare ad interventi su spazi di margine: come quello della zona a monte di piazza Dante, come quello spazio delicato e straordinario che lega piazza Cavour a Santa Maria di Costantinopoli, come quello di piazza Mercato con il pezzo di tessuto intercluso fra la vecchia murazione di corso Garibaldi e il Rettifilo. Sono aree che praticamente corrispondono ad ambiti del Piano regolatore generale e che il piano stesso ha già individuato come aree mature alla trasformazione, secondo indirizzi, anche funzionali, piuttosto precisi. Sono parti chiare e definite, peraltro già di recente oggetto di un workshop internazionale di progettazione organizzato a Napoli con il patrocinio dell'Unesco ed i cui risultati, in corso di pubblicazione, sono gratuitamente a disposizione di tutti. Risultati concreti, idee realizzabili che non mettono in discussione le previsioni di uno strumento urbanistico faticosamente messo a punto dalla città ma anzi partono da esso per provare a prefigurare, attraverso l'architettura, la trasformazione possibile della città. Naturalmente si tratta solo di una proposta. Altre idee dovranno confrontarsi in un clima di discussione civile nel quale il mondo delle competenze - e delle università in particolare - respingendo ogni posizione lobbistica che pure le viene attribuita, possa mostrare segni convincenti di un impegno politico autorevole, risolto nell'interesse collettivo. Uberto Siola