Vita facile di questi tempi per i profeti di sventure, specialmente se si tratta di beni culturali. Ogni volta che si aprono due scenari alternativi, c'è da scommettere che sarà il peggiore ad avere la meglio. E' quello che è appena successo sul fronte delle alienazioni facili del nostro patrimonio culturale di proprietà pubblica, previste dalla Finanziaria per quanto su previo parere delle Soprintendenze. Poteva bastare, a indicare la volontà politica di svendere la secolare cultura della conservazione (consacrata dalla Costituzione) di cui l'Italia dovrebbe andar fiera. Non è bastato: e infatti poco dopo il senatore Tarolli (Udc) presentò un emendamento secondo cui la mancata risposta da parte di una Soprintendenza equivale all'insussistenza dell'interesse culturale del bene: un quadro saltato dagli inventari, un palazzo o una chiesa ancora in via di classificazione può diventare così immediatamente vendibile. Contro questo inverecondo principio del silenzio-assenso si levò subito in tutta Italia un tal coro di proteste che l'emendamento rimase per qualche giorno senza padri: lo stesso Tarolli si giustificava debolmente indicando in Tremonti il suo ispiratore, quasi che i senatori della Repubblica fossero portaborse dei ministri. FRA le voci di protesta, spiccava quella del ministro Giuliano Urbani, che definì l'emendamento Tarolli «velleitario, controproducente, molto goffo, un autentico autogol per la maggioranza» (II "Corriere della Sera", 19 ottobre). Pochi giorni dopo, l'emendamento cadeva in commissione nella generale esultanza. Ma esultavano solo gli ingenui (e tra loro il ministro), visto che pochi giorni dopo il silenzio-assenso è impudicamente ricomparso nel "maxiemendamento", solo allungando i termini per la risposta delle Soprintendenze a 120 giorni. Si sono cosi verificate d'un colpo due profezie, anche troppo facili: primo, che il ministro delle Finanze avrebbe perseverato nel generare sempre nuovi meccanismi per la dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato, per non dire del saccheggio del paesaggio e dell'ambiente sancito e incoraggiato dal condono edilizio. Secondo, che la sua strategia prevede una sequenza di mosse: tre passi avanti e uno indietro sulla via dello smantellamento del patrimonio culturale, per poi fare ancora tre passi avanti e uno indietro poco dopo (risultato netto, dopo due mosse: quattro passi avanti). Prima si spaventano Soprintendenze e cittadini col silenzio-assenso nel termine di 30 giorni, ed esteso a beni mobili e immobili, poi lo si limita agli immobili e lo si estende a 120 giorni. Tutti a questo punto, si suppone, ringraziano il ciclo e mandano sospiri di sollievo. Come se dovessimo rallegrarci perché, metti, un borseggiatore s'è portato via il portafoglio ma ci ha lasciato l'orologio. Bella consolazione: poteva rubare anche quello! Per ragioni sia di fatto che di principio, non c'è proprio motivo di sentirsi sollevati per questa resurrezione del silenzio-assenso (era facile prevederla, visto che a farla cadere in commissione erano stati i voti della Lega). Ragioni di principio: intervenendo per legge su una materia tanto delicata, la Finanziaria non solo ignora la legislazione vigente, ma di fatto delegittima, prima ancora dell'approvazione, perfino il codice Urbani, che aveva indicato tutt'altra procedura per l'eventuale dichiarazione di non interesse culturale di un immobile. Si afferma così il principio che le leggi finanziarie (cioè le esigenze, vere o presunte, di far cassa) devono sempre e comunque prevalere sulla legislazione specifica sui beni culturali, che può all'occorrenza essere calpestata con la massima disinvoltura. Ragioni di fatto: 120 giorni possono sembrare tanti solo a chi non conosce la situazione delle nostre Soprintendenze. Prima di tutto, la dichiarazione di interesse culturale (o della sua assenza) viene richiesta alle Soprintendenze regionali, organismi di incerte competenze e recentissima istituzione che non hanno propri inventari, e dovranno a loro volta inoltrare le pratiche alle relative Soprintendenze di settore; per giunta all'indomani di una complessa e ancora tutt'altro che chiara riforma delle Soprintendenze approvata appena poche settimane fa. Ma c'è di peggio: tutte le Soprintendenze, regionali o di settore, sono in situazione di grandi carenze di personale tecnico-scientifico (proprio quello che deve esprimere i giudizi di merito). Come tutti dovrebbero sapere, da circa vent'anni governi di ogni indirizzo e di ogni colore (incluso il presente) hanno di fatto bloccato le assunzioni, condannando l'amministrazione pubblica della tutela a un inesorabile invecchiamento, anticamera della sua fatale sparizione. L'età media dei funzionari è oggi intorno ai 55 anni, e il mancato ricambio incide drammaticamente non solo sulla qualità, ma sulla quantità del lavoro che si può svolgere. Che senso ha, in queste condizioni, una procedura basata sul principio del silenzio-assenso, quale che ne sia il termine di scadenza? Inoltre, l'art. 27 della Finanziaria prevede (comma 10) che la sussistenza dell'interesse culturale va dichiarata «con provvedimento motivato», senza specificare il livello e la qualità della motivazione. Altro lavoro perle Soprintendenze, ma soprattutto altri motivi di contenzioso: quando e come e da chi una motivazione sarà giudicata soddisfacente ad evitare la vendita di una chiesa, di un convento, di un palazzo storico? Ahimè anche in questo caso va ricordato per correttezza un pericoloso precedente dei governi di centro-sinistra: la Finanziaria 2000 prevedeva infatti che, trascorsi 90 giorni dalla richiesta di un parere al Ministero dei beni culturali, la decisione passava senz'altro al Presidente del Consiglio (L. 4881999, art. 4). Non era proprio il silenzio-assenso, ma apriva la strada. Allora come ora, queste misure, unite alla pervicacia nel non rinnovare l'amministrazione della tutela con nuove assunzioni, hanno il sapore di un sinistro sberleffo a soprintendenti e funzionari: «Siete sempre meno, non abbiamo la minima intenzione di venirvi in aiuto; e vediamo un po' come ve la cavate in 30,90,120 giorni, con un bel po' di lavoro aggiuntivo». Lo Stato nemico di se stesso, lo Stato suicida. La battaglia sul silenzio-assenso si è dunque conclusa con la vittoria di Tremonti e la sconfitta di Urbani. Un pesante bilancio politico, che conferma che in questo governo c'è chi sta nella stanza dei bottoni (il ministro delle Finanze) e chi sta nella stanza dei giochi, fa le leggi che gli pare, tanto poi a ogni Finanziaria verranno ignorate e calpestate. Ma che cosa farà ora il ministro Urbani, onde mostrare coerenza con le sue accesissime (e, sono convinto, sincere) dichiarazioni contro il principio del silenzio-assenso? Le strade, mi pare, sono solo due. Amici e nemici gli suggeriscono le dimissioni, gli uni col disegno di farne un eroe della tutela, gli altri con qualche speranza di vedere magari al suo posto un fautore non solo del silenzio-assenso ma di mille altre vergognose nefandezze. L'altra strada che Urbani potrebbe seguire è una paziente, tenace azione politica per contrastare le peggiori conseguenze delle nuove norme. In questo caso, le mosse obbligate sarebbero almeno due: primo, emanare direttive atte non solo ad organizzare e semplificare il lavoro amministrativo delle Soprintendenze in questo frangente, ma anche a vincolare immediatamente tutti gli immobili su cui sussista anche il più piccolo dubbio (pazienza se così Tremonti avrà meno da vendere, impari che per farlo bisogna stare alle regole e non stravolgerle). Seconda mossa, ancor più importante: rilanciare l'amministrazione dei beni culturali mediante un'organizzata e chiara riforma che non si occupi solo dei vertici come il decreto di qualche settimana fa, ma dia alle Soprintendenze dignità e fiducia mediante una larga autonomia, restituisca a chi sovrintende ai Poli museali, infelice eredità della passata legislatura, il territorio delle rispettive città, introduca una chiara e trasparente politica di nuove assunzioni, promuova la ricerca come il supporto necessario della tutela e della fruizione. Provvedimenti tutti che in un modo o nell'altro il ministro, se non vuol passare per complice dei vandali del silenzio-assenso, dovrà necessariamente mettere in cantiere, e a breve scadenza. Ma non sono provvedimenti a costo zero; non lo è, specialmente, l'impellente, assoluta, necessità di nuove assunzioni di personale di alta qualità (scartando, si spera, il grottesco meccanismo dei quiz infelicemente sperimentato con pessimi risultati negli ultimi, ormai remoti concorsi). Non lo è la necessità di procedere, anche mediante assunzioni temporanee, a un ' accurata revisione del nostro patrimonio immobiliare tesa ad accertare preventivamente (e non in risposta ai ricorrenti diktat delle varie Finanziarie) quanta e quale parte di esso, essendo priva di valore culturale, risulti immediatamente vendibile. E qui ritornano le forche caudine di chi tiene i cordoni della borsa: riuscirà il ministro dei Beni culturali a ottenere le risorse dal ministro delle Finanze? Una soluzione forse ci sarebbe: visto che, grazie a una riforma a dire il vero bizzarra voluta da Veltroni, il ministro dei Beni culturali è competente anche di sport e spettacolo, perché non destinare proprio ai beni culturali le cospicue disponibilità di bilancio che risulteranno al nostro erario dopo che l'Europa ha bocciato i provvedimenti a sostegno delle squadre di calcio? Sarebbe questa la prima occasione per dimostrare che l'inopinato accorpamento nello stesso calderone di musei, monumenti, chiese e paesaggi con circhi equestri, cinema, stadi, piscine, voluto dal governo di centrosinistra e mantenuto da quello attuale, può servire davvero a qualcosa.