Luca Pignatelli si comporta come un archeologo del nostro tempo. Si aggira nelle stanze della memoria, alla ricerca di pause, di ricordi fortuiti. Egli sa che l'unità oramai non può più essere ripristinata, la compattezza appare irrimediabilmente sgretolata. Di questa catastrofe è rimasto poco: tracce avulse da ogni contesto. Macerie che sono l'immagine rotta di ciò che era intero. Schegge di vetri esplosi. Fili di un tessuto sfilacciato. Sezioni di una totalità infranta. Tessere di un puzzle, che non è più possibile ricomporre. Frammenti che attestano la fine di un universo, ma, insieme, annunciano attimi di quello stesso universo, esibendo una grandezza mutila. Testimonianze tangibili che, violentando ogni geometria, rimandano a un passato ancora vivo. Le coperture dei vagoni dei treni, ad esempio: spesse e consistenti epidermidi, contaminate da lacci spezzati, da codici di spedizioni, da rattoppi imperfetti. Pelli sature di memorie, consunte dalla storia, lambite da cuciture simili a cicatrici indelebili. Sono materie senza qualità: non privilegiate, spesso dimenticate. Pignatelli si è impossessato di questi mantelli: ne ha studiato le piegature, le strutture nascoste, l'anima invisibile, per dar vita a narrazioni dal forte valore lirico, fatte di stratificazioni e di sfumature, di sedimentazioni e di rimandi. Questi artifici sono al centro dei lavori esposti, da oggi al 28 febbraio (dalle 9 alle 19,30, chiuso il martedì) al Museo archeologico nazionale di Napoli, in una mostra curata da Achille Bonito Oliva. Si tratta di interventi per lo più eseguiti nel corso dell'ultimo anno, concepiti come esplicito omaggio all'antichità. Materie senza nome, dunque. Pignatelli le manipola, rivelando una sensibilità sottilmente poverista. È affascinato da ciò che non ha forma. Ma non attua mai un ritorno a una naturalità incontaminata e primaria. A guidare i suoi gesti è sempre una sensibilità piuttosto estetizzante, che tende a impreziosire i motivi evocati. I teloni adoperati non vengono esibiti nella loro carica informale. Sono trattati come superfici, segnate dai simboli di un'archeologia fantastica. Si presentano come spazi ambigui, sui quali si imprimono apparizioni vaghe, che non sono mai del tutto compiute. Visioni precarie e instabili, che, talvolta, indulgono in un decorativismo un po' lezioso. Dal buio dell'ignoto affiorano tante figure. Il volto di un eroe senza identità, dettagli di architetture siciliane, particolari di treni e di vagoni. E, poi, il ciclo sulla caccia, caratterizzato da soluzioni che, in alcuni momenti, risultano ingenuamente anacronistiche. E gli «Schermi»: un'installazione che occupa interamente una stanza del museo. Quattro pareti di sette metri di altezza, per un perimetro di trentasei metri. Ci troviamo dinanzi a una struggente riflessione sul tempo, ricca di assonanze con le sperimentazioni della Narrative Art. In un'ideale cattedrale, si accatastano tanti episodi notturni: rimembranze greche e romane, scorci legati alla contemporaneità. Un'invasione di tasselli dissonanti, tra flash di catture e di uccisioni. E, infine, «B.M.07»: una donna coperta da un lungo manto scuro. Intanto, la neve scende, suscitando una sensazione di allontanamento. Una Madonna laica, che tiene in grembo una tavoletta di legno su cui è impresso un fotogramma tragico: è il mondo in disfacimento. Quasi una dichiarazione di poetica, per alludere al bisogno di compiere, nella partitura dell'opera d'arte, disinvolte apocatastasi. Pignatelli propone non appropriazioni, ma recuperi. Il suo obiettivo è quello di reintegrare - di riscattare e di sublimare - tessuti miseri. In lui rimane intenso il fascino racchiuso in ciò che ha violato ogni simmetria. «Tutta la vita del soggetto si smantella, si disfa, e tuttavia qualche tramezzo di reale resta in piedi: è il proprio della rovina», ha scritto Roland Barthes.
CAMPANIA Pignatelli tra le rovine del tempo
Luca Pignatelli è un artista che si aggira nelle stanze della memoria, alla ricerca di pause e ricordi fortuiti. Egli si concentra su materie senza nome, come coperture dei vagoni dei treni e pelli di animali, che ha studiato per creare narrazioni dal forte valore lirico. I suoi lavori esposti al Museo archeologico nazionale di Napoli sono concepiti come esplicito omaggio all'antichità e sono caratterizzati da una sensibilità estetizzante che tende a impreziosire i motivi evocati. I teloni utilizzati non sono esibiti nella loro carica informale, ma sono trattati come superfici segnate dai simboli di un'archeologia fantastica.
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