È un altro pezzo di storia e di cultura strappato alla cenere del Vesuvio, quel trono in legno e avorio che dopo 20 secoli è tornato alla luce all'interno dell'area di Villa dei Papiri, negli scavi di Ercolano. Il reperto, frammentato e chiuso in un blocco di cenere, è riemerso dieci giorni fa in prossimità del tunnel che mette in comunicazione la città scavata da Amedeo Maiuri e il settore interessato ai lavori di restauro e consolidamento che negli anni '80 - '90 vennero eseguiti, con fondi Fio, dall'archeologo Antonio De Simone. L'intercetto conferma ancora una volta la giustezza della percezioni di numerosi studiosi, tra i quali e per primo Marcello Gigante che, avendo intuito l'importanza dell'area attorno alla villa dei Pisoni, chiese sempre che fosse possibile riportare alla luce l'edificio e le fabbriche vicine. Alcuni elementi del reperto, assieme a un filmato con le fasi del recupero, saranno presentati martedì prossimo nell'ex chiesa di Santa Marta, a Roma, dal Soprintendente archeologo di Pompei, Pietro Giovanni Guzzo. Con lo studioso saranno la direttrice degli scavi di Ercolano, Maria Paola Guidobaldi e l'archeologo Ernesto De Carolis, responsabile del Laboratorio di restauro della Soprintendenza e tra i maggiori studiosi dei legni ercolanesi. Il trono, secondo indiscrezioni, sarebbe assimilabile al solium (soglio) latino, sia per le dimensioni, molto prossime a quelle di una moderna sedia, sia perché ha spalliera e braccioli. Insomma, la «sedia importante» dei re greci e poi degli imperatori romani. Tutto di legno, ovviamente mineralizzato dal forte calore delle nuvole di cenere e gas scese dal Vesuvio, salvo nei punti in cui gli artigiani l'avevano ricoperto con applique di avorio per renderlo maggiormente prezioso, il solium, presenta anche graffiti e scritte ancora da interpretare.