Cresce in numero di visitatori il turismo archeologico nel Mezzogiorno, ma il reddito complessivo generato dai siti d'arte resta inferiore a quello delle regioni del Centronord. La Campania, tanto per citare un esempio, è prima nella speciale classifica dei visitatori paganti, pari a 3 milioni e 300 mila sui 15 milioni 800 mila del resto del paese. E pur avendo, nel circuito di Pompei, il sito con la maggiore quota d'incasso con circa 15 milioni di euro, posizionandosi terza dopo Lazio e Toscana (ciascuna con il 20 e 27 per numero di biglietti venduti), si piazza dietro Veneto e Lombardia nella classifica del reddito prodotto dall'economia locale, con una media giornaliera prò capite pari a 30 euro. Le altre regioni meridionali, tranne Sardegna e Sicilia, stanno addirittura peggio. Le cause, secondo Alfonso Andria, presidente della provincia di Salerno, che oggi inaugura a Paestum la sesta edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico, vanno ricercate nel sistema di offerta che non è ancora in grado di innovarsi sufficientemente. «Il mercato resta polverizzato su alcuni grandi attraiteli, sulla standardizzazione delle richieste degli operatori (turismo organizzato e scolastico), su carenze di gestione e di spostamento verso i siti minori. K», aggiunge Andria, «sugli insufficienti investimenti in marketing e comunicazione. Punti di debolezza che vanno superati attraverso un più stretto rapporto con il territorio, la piena valorizzazione delle risorse in termini di filiera e il ripristino di nuove funzioni degli stessi siti, capaci di incidere positivamente sullo sviluppo locale». Temi che saranno al centro della discussione alla Borsa. Altra peculiarità dell'evento salernitano è la promozione dell'incontro tra domanda e offerta nel settore del turismo archeologico, costituendo la principale vetrina delle varie destinazioni del Mediterraneo; un'iniziativa che è resa concreta attraverso una serie di workshop con i buyer esteri selezionati dall'Enit e con i rappresentanti del turismo associato.