In quindici anni è crollato il numero di vigneti e sono raddoppiate le imprese terziarie. E sei grossisti danno lavoro a 2 mila persone CANICATTÌ - «Questa città rischia di non essere più il regno delluva Italia», dice limprenditore agricolo Pietro Signorino. «Canicattì è un grande megastore a cielo aperto», afferma Giuseppe Calabrò, storico negoziante locale. Signorino e Calabrò sono i volti che meglio rappresentano la trasformazione di una città che nel giro di dieci anni è passata dal boom dellagricoltura a quello del commercio. Con la crisi dei prezzi delluva, rimasti inalterati dal 1982 a oggi, in tanti qui si sono buttati nel commercio. Il risultato? Le imprese in questo settore sono passate dalle 650 del '97 alle 1.100 censite lo scorso anno. Negozi dabbigliamento, darredamento, alimentari e megastore da 3 mila metri quadrati sono spuntati come funghi tra le strade e i corsi principali di Canicattì. Qui adesso si riversano non solo i 38 mila residenti, ma anche i 250 mila dei paesi limitrofi, da Riesi a Naro passando per Ravanusa e Campobello di Licata. Nel cuore delluva Italia, che negli anni Ottanta muoveva un giro daffari di 700 miliardi di lire allanno con export in tutto il mondo, i commercianti stanno diventando più degli agricoltori, visto che sulle oltre 3.700 imprese attualmente attive, 1.100 sono del commercio e circa 2 mila agricole. Tutta colpa della crisi dei prezzi delluva, rimasta invariata negli ultimi 25 anni: «Nel 1982 si vendeva un chilo di uva a 1.200 lire, oggi si vende a 0,60 centesimi di euro e nel frattempo sono triplicati i costi di produzione», dice Salvatore Di Giacomo, responsabile cittadino della Coldiretti. Una crisi che ha portato a un calo vertiginoso delle superficie coltivata a uva, passata dai 20 mila ettari degli anni Novanta ai 15 mila attuali e conseguentemente da una produzione di 6 milioni di quintali a una attuale di 3 milioni (per un valore che si aggira intorno ai 200 milioni di euro). «Per resistere alla crisi cè chi ha provato a riconvertire la produzione in pesche, ma questo non è un prodotto tipico del territorio ed è schiacciato dalla concorrenza: il sogno del rilancio dellagricoltura attraverso le pesche è svanito presto», dice Antonio Maira, della Camera del lavoro di Canicattì. Le imprese agricole per rimanere in piedi si stanno sempre più indebitando e una recente indagine dellInps su 97 aziende ha fatto emergere 2 milioni di euro di debiti. Una crisi che sta facendo proliferare il lavoro in nero: sono 3 mila i rumeni che in pochi anni si sono riversati qui per lavorare a basso costo nelle campagne. Se in crisi sono i piccoli produttori (la media dimprese è ancora di circa 5 ettari e appena 2 dipendenti) lo stesso non si può dire dei grossisti che acquistano luva e la esportano allestero. Il motivo? A fronte di duemila agricoltori, i commercianti di uva sono solo 6 e muovono un giro di affari di 30 milioni di euro dando lavoro a 2 mila persone. Tiranno, Gerbino, Taibi, Gioia e Ferro, queste le famiglie di grossisti più influenti. Ma se a Canicattì diminuiscono i terreni coltivati a uva, i distributori dove la comprano? «Semplice, ormai il 60 per cento delluva che esporto la compro da agricoltori dei paesi limitrofi come Naro, Licata e Palma di Montichiaro - dice Vincenzo Ferro, che con la sua azienda imballa ed esporta luva Italia per la grande catena francese Carrefour - A Canicattì molti sono rimasti legati al ricordo del boom degli anni Settanta e Ottanta, e non hanno mai investito per migliorare la produzione». Tra gli agricoltori locali cè paura: «Dobbiamo difendere luva Italia di Canicatti, perché è questa che ci ha dato la ricchezza, se gli imprenditori agricoli continuano a indebitarsi finirà anche leconomia del commercio - dice Pietro Signorino, che con il suoi 7 ettari di terreno sta iniziando a esportare luva in proprio - Al momento Canicattì vive al di sopra delle sue reali possibilità. Ci stiamo indebitando e tutti pensano solo ad aprire negozi senza sfruttare questuva unica al mondo». Nel 2005 è nato il primo consorzio Igp per tutelare il marchio uva Italia: «Ma è assurdo che dopo 30 anni ancora non vi sia una sola associazione di produttori, che rimangono così in balia del mercato», dice Giovanni Greco della Cia. Le grandi somme di denaro piovute sugli agricoltori di Canicattì negli anni passati sono stati rinvestiti dai figli nel settore del commercio: «Qui tutti hanno cominciato ad aprire una propria attività convinti che i guadagni sarebbero stati come quelli delluva» dice Alfonso Drago, da venti anni nel settore dellabbigliamento. Insieme ai piccoli negozi sono nati anche grandi centri commerciali e megastore. Ha aperto i battenti il gruppo Migliore, e ci sono negozi da 2.400 metri quadrati come quello della famiglia Calabrò nel corso principale. Altri grandi centri sono il Cadillac, che ospita 20 negozi, e il centro Papino. Ma uno spettro si aggira adesso tra i negozianti di Canicattì. «A Racalmuto tra qualche settimana aprirà il più grande centro commerciale della Sicilia centrale e rischiamo tutti di chiudere bottega», dice Drago. Il sindaco Vincenzo Corbo sta cercando di correre ai ripari: «Sono riuscito ad avere lautorizzazione dalla Regione per far aprire i negozi anche la domenica - dice Corbo - Ma è chiaro che adesso dobbiamo puntare a difendere il nostro prodotto di riferimento, luva Italia. Dopo anni di prezzi bassi, questannata ha visto unimpennata del costo delluva, pagata anche 0,80 centesimi al chilo. Dobbiamo partire da qui per rilanciare il settore, vero motore della nostra economia».