È un Paese strano il nostro! Si comporta, attraverso i suoi rappresentanti politici, come un presbite che vede bene le cose lontane, ma confuse e talora storpiate le cose belle e interessanti che sono sotto i suoi occhi. E dire che proprio sotto i suoi occhi c'è la risposta, universalmente nota, al problema numero uno dell'Italia, vale a dire l'occupazione e lo sviluppo economico. Così, il ministero dei Beni culturali che, secondo la volontà del suo fondatore Giovani Spadolini, doveva trasformarsi nella "grande occasione dell'Italia moderna", sta correndo il rischio di dover gestire un principio perverso che, gradualmente, lo porterà a non riconoscere più l'inviolabilità e la sacralità del patrimonio culturale di una Nazione, costretta, in questo modo, a rinunciare alla sua vera, profonda e preziosa identità. E questo modo di essere e di agire, comune alla nostra classe politica di qualsiasi tinta, non rispecchia affatto il Paese che rappresenta, ma ne umilia pesantemente le aspettative. L'emendamento, presentato dal parlamentare Tarolli dell'Udc, avversato per altro dallo stesso ministro Urbani (che razza di intesa tra membri della stessa coalizione!) ha, pertanto, generato delusione e malumore, innanzitutto nei sovrintendenti, che bocciano senza tentennamenti la pericolosa manovra: da Antonio Paolucci (Firenze), a Claudio Strinati (Roma), da Gianni Bulian,(Siena) a Nicola Spinosa (Napoli). "Il provvedimento di cui si parla - ha scritto su "Il Sole 24 ore" Antonio Paolucci, interpretando il pensiero e la posizioni di altri sovrintendenti e di altri addetti ai lavori - è l'atto terminale di una lunga deriva che non abbiamo saputo contrastare in modo efficace e di cui siamo tutti in qualche misura responsabili". Delusione e malumore serpeggiano tra gli studenti iscritti alla Facoltà di Lettere, con indirizzo artistico o archeologico, archivistico o librario: un settore molto competitivo al pari, se non superiore a quello tecnologico o economico; e ancora tra i laureati nelle suddette facoltà, ai quali, senza un progetto di riforma seria e convincente sui Beni culturali, sembra essere negato il diritto alla speranza di un'occupazione "da esperti" nel settore della comunicazione, della valorizzazione e della gestione dei prodotti, degli eventi e delle imprese culturali. E ancora delusione e malumore tra le gente. Quando si afferma che la classe politica è lo specchio fedele del popolo che rappresenta, non sempre si dice il vero. In questi ultimi anni si è avvertito da parte dei cittadini un desiderio crescente di cose autentiche, una voglia di partecipazione a iniziative che propongono contenuti e valori antichi con linguaggi nuovi e in luoghi inaspettati. Da qui il successo del Festivaletteratura a Mantova o quello di Vittorio Sermonti, mentre legge la Divina Commedia in Santa Maria delle Grazie a Milano, e delle iniziative di storia dell'arte, di musica, di teatro da Catania a Torino, passando per Bologna e Firenze con l'unico obiettivo di promuovere manifestazioni di altissima qualità culturale che contribuiscano alla crescita del Paese. Un fenomeno fortunatamente irreversibile che andrebbe sviluppato, qualificato e governato anziché contenuto da imposizioni politiche scriteriate e di basso profilo. Delusione e malumore tra gli operatori turistici, consapevoli che le mete di attrazione predilette dai turisti sono i grandi musei, ma anche la sequenza di chiese, abbazie, di parchi archeologici, di pinacoteche, di chiostri, spesso estranei ai grandi circuiti turistici tradizionali, sparsi lungo tutta la penisola. E ancora i ruderi di una fortezza, un castello abbandonato, che, invece di essere considerati oggetti di tutela di restauro o di conservazione, da destinare successivamente a forme di oculata animazione, potranno essere venduti, per grazia ricevuta dall'emendamento Tarolli, nonostante i quattro mesi che le Soprintendenze avranno a disposizione per predisporre le loro istruttorie. Purtroppo, questo pernicioso "silenzio - assenso", a causa delle precarie condizioni in cui versano le Sovrintendenze, finirà per diventare, nella generalità dei casi, un vero e proprio assenso. E con l'aria che tira, non è scandaloso pensare che, in futuro, anche quei due terzi del ricco e prezioso patrimonio artistico che giace nei magazzini, o nei depositi delle gallerie e dei Musei, possano essere trasferiti ai privati, anziché essere giudiziosamente selezionati, restaurati e impiegati per l'arredo e l'arricchimento di quel castello, di quella pinacoteca, di quell'abbazia, di quella fortezza, verso cui sollevano lo sguardo i turisti per conoscere la nostra ricca storia, e i nostri giovani, che avevano accarezzato, nel corso dei loro studi universitari, la legittima aspirazione ad una vita meno isterica, meno frenetica o, come si suoi dire, più a misura d'uomo.