La cultura è un'industria in deficit, ma i profitti sono indiretti «Quando i proventi del gin-and-tonic e del ginger ale sapevano acquistare non calciatori e mignotte e barche (come i ricchi e ammirati industriali italiani) bensì Madonne di Botticelli e Raffaello, per i cittadini della nazione». In questi termini si esprimeva qualche anno fa Alberto Arbasino in «Le Muse a Los Angeles», parlando di «sogni che il denaro poteva comprare». Un certo modello di museo, appunto, si basa su «occhi che sanno vedere» che provvedono ad acquistare capolavori in giro per il mondo. Si può anche ironizzare su chi acquista il ritratto del nonno degli altri, per appenderlo in salotto. In realtà è la sopravvivenza del concetto settecentesco europeo di Kunstkammer, di raccolta di capolavori, magnificati in quanto tali ed avulsi da ogni contesto. Di nuovo ci sono solo le dimensioni. Nel frattempo è sorto il fenomeno del turismo di massa, ed è cambiato quindi il panorama dei visitatori. Nel giro di pochi decenni il museo è passato da una condizione ovattata, ancora molto simile a quella del cabinet d'amateur, alle aperture con orari prolungati per un pubblico non sempre pagante purché numeroso: stiamo vivendo i contraccolpi del cambiamento. Oggi si chiede alla cultura (ma anche alla scuola, ai servizi sociali, alla sanità...) di dare prova di sé sul mercato. Di conseguenza i musei sono chiamati a dimostrare che offrono un servizio necessario a un costo ragionevole; si discute della maggiore opportunità di ricorrere alla gestione pubblica o privata. Il J.P. Getty Museum, ad esempio, incassa qualcosa come un decimo di quello che spende. Si tratta ovviamente di un museo privato. Il museo con il bilancio in attivo, quello in cui i costi sono pareggiati da biglietti e royalties, semplicemente non esiste: cambia solo l'identità di chi risana il bilancio. La fondazione che mette i soldi per tenere in piedi un museo, ovviamente, tiene conto del ritorno d'immagine. La cultura è un costo passivo: bisogna decidere se è indispensabile alla società o no; e nel farlo bisogna anche avere ben chiaro che, ad esempio, la mancanza di studio attorno ad un'opera d'arte, comporta la perdita immediata della sua autorevolezza. Se non si nutre l'immaginario, ritenendo più utile il piccolo profitto, si distrugge per prima cosa proprio la commerciabilità dell'immagine. Per chi gestisce musei, il turismo di massa non significa solo affrontare i problemi logistici relativi ad un numero di visitatori di gran lunga maggiore che in passato; significa soprattutto sapere rispondere alla domanda culturale con allestimenti e apparati didascalici che risultino adatti ad un pubblico con una gamma di interessi molto varia. Può capitare che qualcuno, dall'interesse esclusivo per calciatori e mignotte e barche, passi improvvisamente a seguire la nuova moda dei "beni" culturali. Improvvisazione e buona volontà, chiaramente, non bastano a sostituire la professionalità. Il turismo di massa è indice dell'innalzamento della qualità della vita; ma è chiaro che, con i suoi numeri, comporta anche interessi economici. E questo di per sé è un bene. In ogni caso, tenendoci solo a considerazioni di tipo economico, l'industria della cultura esiste: solo bisogna vedere come si fanno i conti. Se la spesa per la cultura va allo Stato, comunque all'ente pubblico, bisogna tenere conto anche di altri fattori. A New York è stato calcolato che per ogni dollaro speso in biglietti per il teatro, in biglietti per i musei, in attività genericamente culturali, rimangono in città sette dollari (ovviamente vanno a ristorante, albergo, shopping ecc., non alle attività culturali in sé). Gli Americani escogitano le formule per dare precisione scientifica a certi conti. Ma in ogni caso è chiaro che quando si passano un paio di giorni in una città d'arte, i soldi spesi per i biglietti d'ingresso o per acquisti al book-shop dei musei sono solo una piccola parte; fino al caso degli studenti, che possono anche non pagare il biglietto d'ingresso, ma il contributo all'indotto lo danno regolarmente. Inutile sottolineare che stiamo tratteggiando solo alcuni effetti economici immediati; e che in ogni caso è riduttivo vedere la cultura solo come uso del tempo libero. «Nel corso degli anni si è pensato che il problema della cultura fosse un problema di amministrazione del tempo libero. E' il momento di comprendere che queste sono due cose distinte, l'una è soltanto il mezzo dell'altra»; sono parole di André Malraux, 1963, all'epoca ministro francese agli Affaires culturelles: sostanzialmente il cardine del suo pensiero. Ma questa è un'altra storia.