Vi mettereste nelle mani di un medico che avesse fatto un solo esame di medicina e tutti gli altri di arte o latino, di botanica o giurisprudenza? Certo no e nessuna autorità accetterebbe la validità di un simile titolo di studio. La formazione degli specialisti, ingegneri o medici, ma anche avvocati oppure veterinari, è infatti rigorosa e garantita, ovunque, in tutte le università, in Italia e fuori. Ma per l'archeologia, per l'arte e, in genere, per i Beni culturali, non è davvero così. Nel Paese dove esiste il maggior patrimonio di storia della civiltà del mondo, quantomeno in una prospettiva che fa centro sull'Occidente, c'è la possibilità che un giovane diventi specialista semplicemente con un esame o, magari, un paio, di Storia dell'arte mentre gli altri saranno di tutte le tradizionali materie del curriculum di Lettere o, meglio, di quella che oggi si chiama la Classe V, Certo, esiste un altro curriculum, la Classe XIII, appunto quella di Beni culturali, dove il giovane deve sostenere almeno cinque esami di specifico nel triennio e il doppio nel seguente biennio, integrati da altre materie collegate, ma la contraddizione fra i due percorsi, che alla fine si considerano equivalenti, è palese. Non basta, in una proposta ministeriale messa in circolo di recente, si prevede un triennio di studi sulle materie tradizionali dell'area umanistica, confinando la specializzazione del settore storico-artistico soltanto nei due anni finali. Come a dire, intanto fatevi una bella cultura generale, poi diventerete competenti di specifico, con solo qualche esame. È un ritorno puro e semplice alla Università della Riforma Gentile e, se si preferisce, a quella degli anni Cinquanta e che ha resistito fino agli anni Ottanta. E questa davvero sarebbe una prospettiva disastrosa, che nasce da una idea del tutto errata dei Beni culturali e della formazione indispensabile per chi si avviarla professione in questo ambito. È chiaro che, per chi intende fare l'archeologo, la conoscenza del latino e del greco è indispensabile, ma lo sono anche le conoscenze delle tecniche di scavo e della chimica, fisica, mineralogia, zoologia applicate ai Beni culturali; materie che sono estranee al tradizionale curriculum di Lettere e che non si possono certo comprimere in un biennio specialistico. La formazione di uno specialista nel settore dei Beni culturali deve prevedere un sistema complesso di materie di carattere tecnico, comprese l'informatica, la gestione manageriale, che nulla hanno a che fare con la formazione tradizionale dei giovani che si avviano all'insegnamento nelle scuole; la formazione sui Beni culturali non è soltanto studio della Storia dell'arte. Antica, medioevale, moderna o contemporanea che sia. Il problema del mantenimento della Classe Beni culturali autonoma da quella di Lettere, con collegato il biennio specialistico, è anche quello dell'eliminazione dei duplicati: non serve avere due percorsi formativi per gli specialisti dei fieni, uno impegnato e coerente, un altro carente e arcaico. Altro problema: la formazione dei contemporaneisti. È evidente che il percorso di chi intende studiare l'oggi deve prevedere, al posto della antichistica, le lingue straniere, l'informatica applicata ai Beni culturali, la conoscenza delle tecnichegestionali e di organizzazione. Per i contemporaneisti gli sbocchi professionali sono molti, dagli archivi di impresa all'organizzazione di eventi, dalla esperienza delle scene a quella della pubblicità e la loro formazione non può contraddire la domanda del mondo del lavoro. Dunque è inconcepibile l'appiattimento di Beni culturali, Classe XIII nella tradizionale cultura generale di chi vorrebbe tornare dì nuovo ai così detti insegnamenti di base, formativi, le vecchie materie «fondamentali» di un tempo, eliminando decenni di ricerca e mettendo il nostro Paese al di fuori della cultura europea che prevede lo specifico della formazione nel settore. Si deve quindi prevedere un percorso autonomo per i Beni culturali fin dal primo anno nella Università e si deve anche stabilire, con un accordo Stato-Regioni, previsto da tempo, la specificità e la trasparenza del titolo di studio per chi intenda andare a operare ne! territorio. Facciamo insomma «curare» i Beni culturali da specialisti, non da improvvisati infermieri. La formazione negli altri ambiti professionali insegni,
Corriere della Sera
8 Novembre 2003
Beni culturali: basta un esame e sei subito specialista
AR
Arturo Carlo Quintavalle
Corriere della Sera
Il testo discute la formazione degli specialisti nel settore dei Beni culturali. L'autore sostiene che la formazione è troppo generica e non specifica, e che non è sufficiente per preparare gli studenti per la professione. Propone di creare un percorso autonomo per i Beni culturali fin dal primo anno della Università e di stabilire specificità e trasparenza del titolo di studio. L'autore critica la proposta ministeriale che prevede un triennio di studi sulle materie tradizionali dell'area umanistica, confinando la specializzazione del settore storico-artistico soltanto nei due anni finali.
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