Dalla Domus Tiberiana al Tempio della Magna Mater. Lingegnere strutturista Croci: "Questione da affrontare subito" "Lentezza negli interventi e appalti troppo piccoli" -------------------------------------------------------------------------------- LAula Domiziana, la Domus Tiberiana che sovrasta la Via Sacra, il muro di Vigna Barberini verso il Colosseo. E poi, ancora, parte del tempio della Magna Mater, dietro a via di San Teodoro, le gallerie del Criptoportico che tagliano in due il colle, lAula Isiaca. E verso via dei Cerchi le Bibliteche, il Pedagogium, ossia il grandioso palazzo dei paggi dellimperatore, le Termette, infine le grandi Arcate Severiane, quelle il cui profilo domina il Circo Massimo. Tutto a grave rischio di crollo. Nella planimetria del Palatino che nel gennaio dello scorso anno preparò il professor Giorgio Croci, ordinario alla Sapienza di Problemi Strutturali dEdilizia Storica, per studiare gli interventi di restauro più urgenti, tutti questi monumenti sono marcati in rosso: "alto livello di rischio sulle strutture". Era il risultato del più massiccio lavoro di mappatura mai fatto sulle condizioni del colle, uno studio ordinato dal Ministero dei Beni Culturali in tutta fretta dopo alcuni importanti crolli avvenuti al Palatino. Da allora (gennaio del 2007), quasi nulla è cambiato. Il rischio di nuovi crolli allinterno di quella vera miniera archeologica che è il Palatino è ancora molto alto, nonostante alcuni interventi iniziati che però, come ci spiega il professor Croci, vanno a rilento per due motivi: mancanza di fondi e burocrazia. «Stiamo procedendo molto lentamente», spiega il professor Croci, «soprattutto per le difficoltà finanziarie. I soldi che sono arrivati sono stati molto pochi. Lo vedo dai programmi dei lavori: si tratta di appalti da 200, 300 mila euro. Ci vorrebbe ben altro per reggere limpatto della messa in sicurezza di unintera area a rischio come il Palatino». Ma qualche cosa è stato fatto? «Ci si è dati delle priorità, per le cose che stanno crollando. Portare avanti una ricerca, come quella fatta per la grotta del Lupercale, in questa situazione è un lusso che non ci si può permettere». Ma dove si sta lavorando adesso? «Nelle Arcate Severiane, dove si sta cercando di migliorare lo stato delle volte che sono tutte lesionate. Poi al Criptoportico sotto gli Orti Farnesiani, tutto un mondo di gallerie mezze crollate da scavare. Poi ancora alla Domus Tiberiana, perché anche qui ci sono seri rischi di crolli imminenti. Ci sono cantieri anche ai grandi muri che danno verso via di San Teodoro, e al Tempio della Magna Mater. Ma si tratta di interventi spezzettati, disseminati. Mentre invece ci vorrebbe un approccio diverso, bisognerebbe fare un lavoro sul tipo di quello che era stato avviato appunto con la ricerca sulle condizioni di rischio di un anno fa. Per il Palatino ci vorrebbe un piano decennale che permetta un restauro completo e la riapertura al pubblico. Queste emergenze andrebbero affrontate tutte assieme, magari anche per decidere se serve qualche intervento tampone, come mettere delle semplici catene, però in una visione di insieme, complessiva». Quindi in realtà non si può dire che in questi dieci mesi si sia riusciti a mettere davvero in sicurezza qualche monumento? «Certamente sono stati ridotti alcuni rischi, ma siamo ben lontani dallaver attaccato il problema. E per di più a rallentare il lavoro ci sono anche gli impacci burocratici: si dà un appalto per volta, quando invece la questione del restauro del Palatino andrebbe affrontata come un unicum. I finanziamenti non andrebbero destinati volta per volta ai singoli monumenti, ma allintero complesso. Anche dal punto di vista amministrativo, oltre che finanziario, bisognerebbe ragionare in un altro modo».