Ai primi venti di cartolarizzazione - ossia vendita del patrimonio dello Stato, beni culturali inclusi - ci fu chi giurò che Napoli e le sue chiese fossero al sicuro sotto la tutela della Curia. La situazione non è esattamente così. Almeno 48 fra le chiese più belle e simboliche di Napoli fanno capo allo Stato: e la ricognizione dei beni è ancora in corso. Santa Chiara con il chiostro maiolicato, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, Santa Lucia al Monte, Santa Maria del Carmine Maggiore, San Paolo Maggiore - se l'assaggio è sufficiente - sono di proprietà pubblica e gestite dal ministero dell'Interno. Nessun allarme, però. Ciò che fu pensato in origine per spogliare la Chiesa all'unità d'Italia si è tramutato oggi in una cassaforte a prova di alienazione. Una cassaforte che si chiama Fec, Fondo per gli edifici di culto e che è incastonata nelle strutture del Viminale con una Sua autonomia giuridica. Chi pensa si tratti di affare periferico valuti che il Fec, dopo lo Stato italiano, «è il secondo maggior detentore di beni culturali nel Paese», come spiega il prefetto Francesco La Motta. Il che - visto che d'Italia parliamo, terra che custodisce i due terzi dì tutti i beni culturali del pianeta - significa, senza timore di smentita, che il Fec è uno dei maggiori detentori di beni artistici tout court. Se all'unità d'Italia chiese e conventi fossero stati trasferiti al demanio, come altrove in Euro-pa, oggi la musica, e le prospettive, sarebbero diverse. Ma il demanio non ha nulla a che vedere con i quarantotto gioielli di Napoli né con un giacimento di storia e cultura che ha i suoi punti di forza nel triangolo Roma-Napoli-Palermo. Il «giacimento» ha, ovviamente, un suo bilancio distinto da quello del Viminale al quale è allegato. Bilancio che dà la notizia, non inattesa, dell'avarizia dello Stato nei confronti dell'ente che ha la missione di valorizzare, restaurare e garantire all'uso pubblico una sostanziosissima retta del patrimonio culturale italiano. In sostanza il Fec, che ha un suo consiglio di amministrazione, deve trovarsi le risorse in casa: affitto di appartamenti e terreni, fondi dell'Unione Europea, otto per mille e, ovviamente, gli sponsor, portato di tempi nuovi. La sproporzione fra il tesoro da tutelare e le risorse è evidente. Eppure il Fec, che concede in uso i luoghi di culto alla Chiesa e che stipula convenzioni con cooperative di giovani per valorizzarli, riesce a fare, comunque cose egregie. Come la restituzione alla città della chiesa restaurata di Donnaregina, celebrata in pompa magna, a giugno scorso. All'inaugurazione c'erano tutti: il sindaco Iervolino, ex ministro dell'Interno e quindi ex legale rappresentante del Fec, l'attuale titolare del Viminale Giuseppe Pisanu e, ovviamente, il cardinale Michele Giordano. Potrebbe il Fec alienare qualcuna delle sue proprietà? Non le chiese aperte al culto e, come si dice, officiate. Anche saltuariamente officiate, una messa ogni tanto. E visto che la cassaforte del Fec è guardata da una legge che discende dai nuovi patti fra Stato e Chiesa firmati nel 1984, solo accordi nuovi con il Vaticano potrebbero consentire un cambiamento di regole. Santa Chiara ed il suo chiostro, dunque, sono fuori dai giochi che hanno riacceso, è cronaca della nuova finanziaria, polemiche e paure attorno alla sorte dei beni culturali italiani. Il vero problema, per i gioielli di Napoli, è quello eterno delle risorse.