Ci vorranno molti mesi, quasi certamente diversi anni, perché gli archeologi possano esaminare in presa diretta la grotta ai piedi del Palatino, scoperta, e fotografata da sonde geologiche e fotocamere laser, ed essere in grado di confermare o smentire se si tratti o meno dell'antico santuario del Lupercale ristrutturato d'Augusto sul luogo dove da secoli si venerava insieme al Dio Fauno-Luperco uno dei miti di fondazione della città: la storia della lupa che allatta e sottrae alla morte Romolo e Remo, abbandonati in una culla lungo il corso del Tevere. Ipotesi avanzata da più voci nel corso della conferenza di presentazione del clamoroso ritrovamento e ora contestata da un autorevole esperto come l'ex soprintendente Adriano La Regina, al quale sembra più probabile, fonti alla mano, che quell'antro riconvertito a ninfeo con una volta di mosaici e cornici di conchiglie e sassi di fumé, di cui si intravede uno specchio sovravvissuto a un crollo, sia ambiente d'epoca più tarda, forse un padiglione di quella domus transitoria che Nerone realizzò sul Palatino prima di dare il via alla costruzione della Domus Aurea. Tutto ruota infatti attorno all'interpretazione di due testimonianze chiave: la descrizione di Dionigi d'Alicarnasso, uno storico coevo d'Augusto, e il resoconto di un cacciatore di tesori del Rinascimento, l'antiquario Marliano, che calatosi da un foro, praticato chissà dove, raccontò nel 1530 in poche righe scritte in latino di esser penetrato in una sala ipogea con una volta istoriata, simile a quella riemersa adesso. I due testi offrono entrambi come bussole di riferimento edifici dell'area, dal tempio di Apollo a quello della Vittoria, con un'inevitabile approssimazione che è all'origine della disputa in corso. Augusto o Nerone dunque? «Solo l'esame diretto dei materiali e delle superfici pittoriche che si intravedono sotto l'attacco della volta- spiega l'archeologa Silvana Rizzo, schierata per l'ipotesi del Lupercale - potrà chiarire definitivanente il dilemma.