Italia s.p.a., a che punto è l'assalto al patrimonio culturale? A Pisa un convegno promosso, dal Dipartimento universitario di Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo (e, a testimonianza che il tema è nel cuore di una parte dell'opinione pubblica, voluto dai più giovani del Dipartimento, i dottorando) è l'occasione per fare il punto sulla «linea Urbani»; sul paradosso di un ministro che riesce ad apparire insieme totalmente invasivo e totalmente assente. Oggetto dell'incontro, il nuovo Codice per i beni culturali, che dovrà essere approvato entro il 31 gennaio prossimo. È l'« arma segreta» che Urbani brandisce ogni volta che lo si accusa di farsi scavalcare da Tremonti: il paletto che, promette, impedirà che per far cassa si vendano i gioielli di famiglia. Fin qui, però, è un Ufo. Si sa che un testo è depositato in Consiglio dei Ministri a fine settembre e di una bozza da per prima notizia l'Unità, mentr'essa viene pubblicata all'epoca dal Giornale Bell'Arte. Ma poi il testo è impugnato dalla Conferenza Stato-Regioni, che ne contesta il Centralismo, in nome della riforma del titolo V della Costituzione. Dunque, riparte la trattativa. E, mentre il testo non è arrivato fin qui alle Sommissioni parlamentari, continuano a circolarne informalmente bozze stratificate e tutte diverse. Mentre chi, come Salvatore Settis - tra i relatori del convegno pisano - ne sa assolutamente di più, giacché è membro dell'équipe di Cinque saggi di cui si è dotato Urbani per arrivare all'elaborazione del testo (dopo aver liquidato il vero Consiglio Superiore già previsto per il suo dicastero) ha pure scritto sui giornali che esso, prima di vedere la luce, è già violato in uno dei suoi principi fondamentali. Da chi? Da Tremonti, naturalmente, con l'articolo 27 del decretone allegato alla Finanziaria: quello che stabilisce che il patrimonio storico-artistico serve anzitutto a far quattrini, stabilendo l'alienabilità ipso facto di un bene pubblico se entro 120 giorni le Sovrintendenze non ne ratifichino l'interesse culturale. Singolarità del convegno pisano, dunque, è dover fare i conti con uno «spettro». Finché il testo non arriverà in parlamento non sapremo se è un paletto contro la linea-Tremonti o se è un ulteriore grimaldello messo in mano al ministro dell'Economia. Pure, a due anni e mezzo dalla nascita del governo, il convegno permette, se non altro, di cominciare a mettere insieme i pezzi dell'enigmatica «linea Urbani»; un non-ministro che si fa saccheggiare imbelle dal «super-collega»? Un ministro che ogni tanto si sveglia e, chiedendo lumi a esperti come Settis o Antonio Paolucci, a giuristi come Trotta o Cassese, fa una cosa giusta? Un epigono di una linea economicista già avviata dal centrosinistra (o addirittura dal De Michelis anni Ottanta coi suoi «giacimenti culturali»)? O un ministro che, invece, sta sovvertendo tutto, ma tutto, nell'area di competenza del suo dicastero? Si allineano, qui, elementi diversi; il fantomatico Codice, la legge che riforma il ministero, ma anche il contratto di lavoro dei dipendenti siglato a fine 2001 e, a fianco, quanto fin qui ha fatto l'«altro» ministro, Tremonti, con Patrimonio s.p.a., Scip, le ultime due Finanziarie. Ora, diciamo che le linee che si profilano sono: ala da critica a realisticamente apocalittica, Giuseppe Chiarante, Cristina Acidini sovrintendente dell'Opificio delle Pietre Dure, Marisa Dalai Emiliani storica dell'arte della Sapienza, Donata Levi e Marzia Bonfanti dell'osservatorio online Patrimoniosos.it, Ettore Spalletti, Silvia Dell'Orso; ala pessimista ma critica anche della gestione dell'Ulivo, Antonino Caleca, presidente del Comitato di Settore per i beni storico-artistici e demoetnoantropologici del ministero; ala critica verso l'Ulivo, pessimista ma possibilista in particolare sulla perfettibilità del Codice Salvatore Settis; ala quasi filo-Urbani e apertamente possibilista Fabio Merusi) ordinario di diritto amministrativo. E ora vediamo in gran sintesi, da questo osservatorio, cosa Urbani ha già fatto e quali sono i nodi cruciali degli scenari del futuro. Il codice è legittimo? Spiega Chiarante che la legge del 6 luglio 2002 che ha delegato al ministero il compito di elaborare un nuovo Codice dei beni culturali (con un evidente intento di usare manforte, sennò sarebbe bastato rivedere il Testo Unico prodotto dal governo di centrosinistra), chiariva che esso non avrebbe abrogato norme già esistenti. Invece il Codice Urbani abroga il «regolamento Melandri» che disciplina il regime di vincoli e alienabilità del nostro patrimonio: Significa che il Codice, così, si candida al suicidio? E nasce per tutelare o vendere? Bisognerà vedere la formulazione finale, perché c'è una frasetta, che a essere tutelati e vincolati sono i beni «di interesse particolarmente importante», che entra e esce dalle bozze. Se la frasetta resta, sarà un enorme passo indietro rispetto alle leggi Bottai e rispetto a una concezione «all'italiana», vasta, di ciò che è il nostro patrimonio culturale: dal patrimonio come identità al patrimonio come collezione di gioielli e pezzi minori. Settis sostiene che nel testo finale non c'è. Più d'uno, poi, osserva il paradosso di un Codice di tutela che ha il suo vero cuore negli articoli che parlano di alienabilità dei beni. Insomma, ben che vada un Codice di guerra: la guerra scatenata da Tremonti. Restauro: dovere o affare? Stabilita ormai la separazione tra tutela e gestione e valorizzazione dei beni (perché le Regioni reclamano il secondo capitolo e perché su di esso si allunga anche la longa manus dei privati) non si sa a quale area spettino la conservazione e il restauro. Non è cosa da poco: perché se restaurare significa tutelare, ogni bene, anche il meno spettacolare, avrà diritto a non finire in briciole, se significa valorizzare, verranno cassati quei beni fragili che non possono «rendere», mentre crescerà l'affare dei restauri da show, quelli che piacciono agli sponsor.