Cammino poco a piedi, meno di quanto la mia salute e il mio medico mi consiglierebbero. E tuttavia mi capita di passare per le strade del centro. Che dire? Avete mai provato a guardarvi intorno fra via Ruggero Settimo, Piazzale Ungheria e le strade vicine? Il degrado delle vie, dei palazzi, degli ingressi, il livello della sporcizia, il numero di negozi chiusi è crescente. In via Ruggero Settimo, nei pressi del Politeama, di fronte al negozio Hugony una vecchia agenzia della Cassa di Risparmio è da lungo tempo chiusa irrimediabilmente, coi vetri sudici, senza che una mano pietosa abbia provato a costruirvi intorno una palizzata di rispetto che eviti al passante lo scempio di questa vista. Insomma, una città che neanche nella sua parte centrale, quella tradizionalmente chiamata «il salotto di Palermo», riesce a mostrare un volto gradevole e moderno. Se si eccettuano le due isole pedonali di via Magliocco e di via Principe di Belmonte, il che dovrebbe rafforzare lipotesi tante volte avanzata ma mai accolta di una chiusura totale del centro storico alle auto, a cominciare dal breve tracciato della via Ruggero Settimo tra il Politeama e il Teatro Massimo. Non sono grandi progetti né scelte epocali. Tutte le grandi città del mondo, anche le principali italiane, hanno chiuso almeno in parte i loro centri storici destinandoli al traffico pedonale: perché a Palermo questo non è possibile? Talvolta percorro a piedi il tratto tra Villa Zito e via Pascoli, a ridosso cioè della via Libertà e anche lì, che desolazione! Non un negozio elegante, non una strada accogliente, enormi chioschi di fiorai aperti fino allalba. Mi chiedo quanti siano i romantici fidanzati palermitani che acquistano fiori nottetempo. Ecco quindi che zone centrali e primarie della città mostrano segni evidenti di degrado. Capita a volte parlando fra amici di fare la amara constatazione che a Palermo nascono e muoiono mille ristorantini, mille pub, mille pizzerie al giorno, ma che in tutto questo non cè un locale decente dove portare un ospite, non esistono più ristoranti di una certa classe, a eccezione di un paio di locali di tradizione. Su questo panorama si inseriscono delle gravi notizie riguardanti i due principali musei di Palermo, larcheologico Salinas e la Galleria di Palazzo Abatellis, entrambi prossimi alla chiusura contemporanea a causa di urgenti lavori di restauro e di sistemazione. Ma siccome conosciamo bene i tempi e le procedure di consimili evenienze temiamo sinceramente il ripetersi di una vicenda sul modello Teatro Massimo, che del resto, dopo la riapertura, rischia un giorno si e laltro pure di essere bloccato dagli scioperi. Per la Galleria di Palazzo Abatellis si tratta di mantenere inalterato lormai storico allestimento di Carlo Scarpa, eseguito nel 1954, nellala quattrocentesca del Palazzo. Per quello che riguarda invece lala settecentesca cè tutto da fare, anche per tirar fuori dai magazzini e sistemare tutti i tesori che vi sono custoditi (tele del tardo Cinquecento, del Seicento, manierismo, scuola napoletana). Ma questo progetto di risistemazione è stato formulato nel 2004 dal benemerito Vincenzo Abbate, direttore fino a pochi mesi fa della Galleria, ora in pensione, cui però è stato assegnato, gratuitamente, il compito di garante di tutta loperazione. Per il Museo Salinas purtroppo le cose sono assai meno positive: intanto il progetto risale al 1999, inoltre si tratterà di dar luogo allimpiantistica tutta nuova, ai pavimenti, ai rivestimenti, il tutto utilizzando, come del resto per lAbatellis, i fondi Por 2000-2006 da spendere però entro il dicembre 2008. Nel caso del Salinas, a quanto pare, non esiste un progetto di risistemazione e quindi in sostanza si sa da dove si parte ma non si sa né quando né dove si arriverà. Questo grido dallarme, gettato coraggiosamente dalla Fondazione Salvare Palermo, ha avuto uneco (si fa per dire) in quindici (di numero) allibiti ascoltatori riunitisi giorni fa. Più volte mi sono sentito muovere laccusa di essere troppo pessimista in questi miei estemporanei interventi sul giornale. Lascio ai lettori di giudicare dai fatti sopra ricordati se sono io a essere pessimista o se è la realtà di Palermo a superare la più «gotica» delle fantasie.