Caro Augias, non ho competenza per polemizzare sulla riforma del ministero dei Beni Culturali. Ma se è vero che si pensa alla demolizione delle strutture che da gran tempo gestiscono ammirevolmente quei beni veramente essenziali che sono Biblioteche e Archivi di Stato, allora ho pieno titolo anch'io, come assiduo fruitore e come presidente del Comitato per la pubblicazione delle fonti per la storia di Venezia, per allarmarmi. Gli Archivi di stato, in particolare, custodiscono ogni sorta di verità e testimonianze della nostra storia, remota e recente; eppure soffrono di una cronica mancanza di fondi e di organici, soltanto la passione degli archivisti, pochi, preparatissimi e altamente motivati, li mantiene all'altezza dei loro compiti a vantaggio degli studiosi. A Firenze a Venezia e altrove ne arrivano da ogni parte del mondo. Umiliare, depotenziare, sacrificare biblioteche e archivi sarebbe un suicidio senza riscatto né perdono. Si imparasse qualcosa, almeno in questo, dal Vaticano che gestisce con cura amorosa Archivio e Biblioteca e che ha visto i suoi bibliotecari e archivisti diventare cardinali o, come Pio XI, addirittura papi. Alvise Zorzi Venezia Si trattasse solo di archivi e biblioteche, caro professor Zorzi, sarebbe già grave. Le cose sono peggiori. È in pericolo l'intero settore culturale: dalle università fino al patrimonio storico, artistico, demaniale. Le università sono al lumicino, grasso che cola quando si pagano gli stipendi. Quanto ai Beni, abbiamo visto cosa è successo con il decreto che ne stabilisce la vendita con la procedura del silenzio assenso delle sovrintendenze. In un primo tempo era previsto un termine di 30 giorni. Di fronte alle proteste, comprese quelle dei due ministri Urbani e Matteoli, il termine è stato esteso a 120 giorni. Pannicello caldo ridicolo. Politici dalla schiena più dritta vi troverebbero sufficiente motivo per sbattere la porta. Giuliano Urbani, che s'era detto pronto a reagire, oggi trova accettabile l'allungamento del termini, si dice rassicurato. Fosse un mio alunno gli darei da copiare cento volte queste righe di Antonio Paolucci, sovrintendente di Firenze (pubblicate sull'ultimo "Domenicale"del Sole 24 ore,): «In una legge della Repubblica si afferma il principio che i beni culturali della nazione devono essere oggetto di valutazione patrimoniale e possono in certi casi essere venduti. Questo succede in Italia, il paese che mezzo millennio fa, con Leone X Medici, il quale nominò Raffaello soprintendente alle belle arti dì Roma, inventava per noi e per tutto il mondo civile la legislazione tutelare». Cadono le braccia di fronte a un ministro che dovrebbe per ufficio essere il ringhioso cane da guardia del nostro patrimonio e che invece se lo fa sfilare sotto gli occhi, dicendosi pure contento. Rispondono: ma ci sono quattro mesi di tempo, diamine. Come se non sapessero che in certe province gli organici sono così esigui e gli uffici così malandati da mancarvi perfino un catalogo del patrimonio. Che vergogna, che pena, quando il dibattito scende a livelli così avvilenti, quando la politica perde di vista ogni obiettivo e si riduce a un affannoso e incerto procedere, lo sguardo chino sul tornaconto di bilancio nel tentativo di dar corpo a promesse elettorali impossibili.