Catalizzatore di energie nuove ha messo in moto forze varie e disarticolate. La sua eredità concreta in fase di catalogazione al Museo di Castelvecchio Chiudere i musei è come chiudere le scuole. Ammoniva Giovanni Spadolini nel 1974 quando diede l'impulso alla creazione del Ministero per i Beni culturali. Quello che aveva davanti era un quadro di rovine, disfunzioni, inadempienze. La costituzione del Ministero fu vissuta come una sorta di miracolo a cui affidare il compito di contrastare l'assalto speculativo alle bellezze paesi-stiche, il guasto di antiche città, lo sfregio del paesaggio, l'appropriazione selvaggia del territorio, il degrado dei musei privi di un sistema di allarme e antincendio, quasi un terzo chiusi per mancanza di personale, i furti delle opere d'arte, il saccheggio sistematico delle aree archeologiche, il disinvolto commercio antiquario. Il Ministero nascente era lo strumento tecnico che doveva servire a portare il patrimonio storico della nazione al centro della politica italiana. «In un paese come l'Italia, i beni culturali erano, e sono, importanti come la sanità e la scuola. A loro devono essere riservati un ruolo e un'attenzione adeguati», ha detto il senatore e presidente dell'Associazione Civita, Antonio Maccanico, nell'introdurre i lavori del convegno dedicato all'istituzione e alle attuali prospettive del Ministero per i Beni Culturali, organizzato nella sala convegni dell'Unicredit Group, in memoria di Licisco Magagnato, a vent'anni dalla sua scomparsa, dalla direzione dei Musei d'Arte e Monumenti del Comune di Verona, dagli Amici di Castelvecchio e dai Civici Musei d'Arte. Il nuovo Ministero, nell'idea di Spadolini, ha sottolineato nel suo intervento il presidente della Fondazione Spadolini, ordinario di Storia Contemporanea all'Università di Firenze, Cosimo Ceccutti, doveva essere atipico, in un certo senso anomalo, flessibile con grande mobilità di programmazione e operazione, dove le linee ispiratrici fossero dettate dai tecnici, persone culturalmente preparate, archivisti, bibliotecari, storici dell'arte. «Ministero della fantasia e dell'intelligenza, dislocato nel quadro politico nazionale in posizione almeno paritaria nei confronti dei grandi ministeri nazionali», scriveva Spadolini. Oggi il Ministero «è in grave sofferenza per il progressivo depauperamento delle risorse umane, del sempre più frequente pensionamento dei funzionari capaci, esperti, che avevano retto sulle proprie spalle decenni di attività del Ministero, che vanno in pensione con il bagaglio della propria esperienza», ha aggiunto riferendosi alle prospettive attuali del Ministero a tutela dei beni culturali, Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni Ambientali e Paesaggistici. «Queste persone- ha proseguito- non vengono sostituite perché non si fanno concorsi o non si fanno in modo sufficiente. Il nostro settore richiede la maturazione a tutti i livelli, soprattutto ai livelli politici di vertice, di un'assoluta centralità dei beni culturali. In questa direzione si moltiplicano le dichiarazioni confortanti, ma nella quotidiana attività amministrativa il settore dei beni culturali diventa un'appendice alla quale dedicare attenzione e risorse, se consentito in forma residuale rispetto al soddisfacimento di altri bisogni». In altri termini, i beni culturali vengono spesso liquidati in fondo alla lista delle priorità, rallentando fortemente il percorso di evoluzione iniziato più di trentanni fa. La nascita e la storia del Ministero per i Beni culturali, sono legati a doppio filo alla figura di Licisco Magagnato, che tanto impegnò la sua intelligenza all'avvio dell'istituzione che doveva porsi a difesa del patrimonio artistico, paesaggistico, culturale del paese. Direttore dei Musei e Gallerie d'Arte di Verona dal 1956 al 1986, Magagnato è stato ricordato, a vent'anni dalla sua scomparsa, dal dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sergio Masini, suo collaboratore durante gli anni romani e da Paola Marini, direttrice del Museo di Castelvecchio. «L'eredità di Magagnato- ha detto Masini- e il suo ruolo culturale è quello di catalizzatore di energie nuove che ha messo in moto, con mezzi e strumenti limitatissimi, forze varie e disarticolate che altrimenti non avrebbero trovato un centro di coagulo e di azione». Questo il lascito ideale di Magagnato. Quello concreto, fatto di bozze di libri, fotografie, rassegne stampa di mostre, collezioni di periodici, corrispondenza politica e di lavoro, come ha spiegato Paola Marini, è oggi in fase di catalogazione da parte degli archivisti del Museo di Castelvecchio e già consultabile grazie al database del museo che riordina il Fondo ceduto da Magagnato