Gran finale con ingresso gratuito e pubblico pazientemente in fila da piazza del Duomo fino allingresso del Museo dAntichità Dal 25 maggio i visitatori sono stati oltre 130 mila. Lassessore e critico: "Unesposizione meravigliosa mi hanno colpito gli ori e i vetri" -------------------------------------------------------------------------------- «Uno smacco per Milano. Volevo farla io questa mostra, ci avevo già pensato nel 2001 durante una missione in Afghanistan, ma Torino è arrivata prima, chapeau». Cera lassessore alla cultura meneghino Vittorio Sgarbi ieri al museo di Antichità tra gli ultimi visitatori di "Afghanistan. I tesori ritrovati", lesposizione promossa dalla Fondazione per larte della Compagnia di San Paolo che chiudeva in serata i battenti dopo una lunga proroga e con il ricco bottino di oltre 130mila visitatori. Il pubblico stava pazientemente in fila, un lungo serpente che dallingresso dellesposizione arrivava fino a piazza del Duomo (ieri laccesso era gratuito). Ma per Sgarbi, come è ovvio, niente code: «Ho saputo dal mio capo di gabinetto che la mostra chiudeva oggi, lui è venuto sabato e non è riuscito a entrare, allora per non fare la stessa fine ho chiamato lamico Fiorenzo Alfieri ed eccomi qui» dice. E venuto apposta, o quasi: «Sto andando a Firenze per il Maggio fiorentino, ho fatto una deviazione. Da piazza della Scala a Porta Palazzo che cosa vuole che sia: ormai siamo proprio, come dice il vostro assessore Alfieri, ununica grande città. Però, se la mostra lavessimo fatta noi, i visitatori sarebbero 500mila». Scherza Sgarbi, ma su una questione è serio: «Sono stato tra i primi a recarmi in Afghanistan nel 2001, dopo la distruzione dei Buddha di Bamiyan. Allora ero sottosegretario ai Beni culturali, con me cerano Alain Elkann e sua figlia Ginevra. Abbiamo inaugurato la nuova sede dellambasciata, fatta da un altro torinese, larchitetto Andrea Bruno, e si sono presi accordi per una futura mostra. Che poi è arrivata a Torino. A questo punto non potevo perderla, è meravigliosa». Sgarbi dice di avere visitato allora il Museo di Kabul, di avere visto reperti in pietra, frammenti in parte distrutti, ma certo questi tesori se ne stavano ben nascosti altrove: «Mi hanno colpito qui a Torino soprattutto gli ori e i vetri, il salvataggio e il recupero di questi oggetti fa capire che il museo di Kabul potrà rinascere». Ha aperto a Torino il 25 maggio la mostra sui Tesori dellAfghanistan. Giungeva dal Musée Guimet di Parigi, la prossima tappa sarà Amsterdam: poi varcherà loceano, alla volta degli Stati Uniti e del Giappone. Un viaggio intorno al globo per tesori che sarebbe rischioso fare ritornare in patria, dopo il salvataggio da parte di vari funzionari, tra questi soprattutto il direttore del Museo di Kabul Omar Khan Masudi, che li avevano segretamente ricoverati sin dall88 in un caveau della Banca nazionale afghana, allinterno del palazzo presidenziale. Il nucleo principale, recuperato alcuni anni fa, ha dato origine alla mostra. Sono più di 200 i pezzi visti in questi mesi a Torino, datati tra letà del bronzo e limpero Kushano, testimonianze di una cultura millenaria, frutto di incontri e contaminazioni tra oriente e occidente: coppe doro e vetri, ceramiche, placche e stele funerarie, e ancora capitelli e statue, bracciali e pendenti, avori indiani e intagli greco-romani. Nelloccasione si sono esposte anche due statue in terracotta di divinità del Peshawar, datate al VI-VII secolo, acquistate dalla Compagnia di San Paolo per il Museo di Arte orientale, che aprirà i battenti il prossimo anno.