Si è servito del Saturno di Goya che divora i suoi figli per rappresentare lo Stato che intende abbandonare il patrimonio culturale del Paese ad un destino fatto di dismissioni e vendite. Lo Stato-Saturno è l'allegoria che compare sulla copertina dell'ultimo libro di Salvatore Settis, dal titolo "Italia Spa, l'assalto al patrimonio culturale" (Einaudi 9 )" . Settis, docente di storia dell'arte e archeologia, direttore della Scuola normale di Pisa e membro della commissione scientifica del Ministero dei Beni culturali, oggi sarà a Genova al Palazzo San Giorgio di via della Mercanzia 2 (ore 17.30) per partecipare ad un incontro-dibattito e lanciare il suo allarme: il Paese rischia la vendita del tesoro d'arte che il mondo ci invidia e che l'Italia, da qualche tempo, ha cominciato a valutare in termini patrimoniali. Per fare cassa. Professore, nell'ultima Finanziaria si è stabilito che il principio del silenzio-assenso delle sovrintendenze per la vendita di un bene pubblico varrà dopo 120 giorni contro i 30 che erano stati inizialmente previsti, Questo la tranquillizza un po'? «Per nulla. Innanzitutto è il principio del silenzio-assenso che trovo profondamente sbagliato e che è in contraddizione con il "codice Urbani" approvato tre settimane fa. Non è neppure in armonia con l'articolo 9 della Costituzione sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. E come se non bastasse, questo silenzio-assenso non può funzionare». Perché? «Perché le sovrintendenze non hanno archivi e dovranno rivolgersi alle soprintendenze di settore che hanno drammatica carenza di personale tecnico-scientifico. Sono vent'anni che non si fanno assunzioni e l'età media di quel personale viaggia sui 55 anni. C'è il pericolo tutt'altro che remoto che le sovrintendenze non siano in grado di rispondere». Il ministro Urbani è uscito sconfitto dal braccio di ferro con Tremonti «Non c'è dubbio. Nel governo c'erano due visioni contrapposte e alla fine ha prevalso quella di Tremonti. Resta pero il mio giudizio positivo sul ministro Urbani, una persona molto seria e scrupolosa che quando riunisce la commissione sta ad ascoltare tutti anche per sette ore filate». Il governo di centro-destra crea le condizioni per la vendita dei beni culturali ma neppure i precedenti governi di centro-sinistra sono esenti da critiche, non è vero? «Certo, e nel mio libro documento il lungo percorso iniziato con il centrosinistra che ha aperto le porte al privato nella cultura. Basta ricordare la Sibec, la Spa italiana per i beni culturali creata nel 1977 dal ministro Veltroni per interventi di restauro e di recupero. C'è da aggiungere, per correttezza, che il centro-destra ha impresso una poderosa accelerazione a tutto questo. E oggi l'opposizione è flebile proprio perché ha la coda di paglia». Che sbocchi potrà avere, allora, il suo allarme? «La speranza non può essere riposta nella politica, anche se ho ricevuto importanti testimonianze di solidarietà dal mondo politico, da destra e da sinistra. Cito Chiarante, Fisichella, La Malfa. Ma la speranza è altrove. E' nella crescita della coscienza civile del Paese. Che in effetti da segnali importanti, soprattutto nelle scuole». La Fondazione del Museo Egizio di Torino è il primo esempio in Italia di gestione pubblico-privata. Lei che ne pensa? «Bisogna vedere come sarà lo statuto, ma non approvo un consiglio di amministrazione sovraordinato alla Sovrintendenza. E' inaccettabile: c'è il rischio che un amministratore uscito dalla Bocconi abbia più potere decisionale di un egittologo. La soluzione migliore sarebbe una Fondazione parallela al Museo. Anche Sabino Cassese ne conviene». Come giudica la devoluzione che, applicata al patrimonio culturale, potrebbe assicurare controlli e gestioni locali e non centralizzate, dunque più attente? «Gli amministratori sono sempre sensibili alle pressioni che vengono dal territorio e generosi coi permessi. Ecco perché sono diffidente. Guardi Milano: è diventata la città della mansarde. Ne hanno realizzate per milioni di metri quadrati alterando ogni tradizione urbanistica». Se il patrimonio culturale del Paese è in pericolo, la colpa non può essere solo del ceto politico. Dov'erano gli intellettuali quando si gettavano le basi per le future alienazioni? «E' vero, c'è stato il tradimento degli intellettuali. I quali, in buona fede, hanno delegato alla sinistra il compito di fare argine, dì presidiare. Su questa vicenda del patrimonio culturale in pericolo ci sono gli allarmati, come me, e gli increduli. Quelli che pensano che alla fine non si venderà un bel nulla». Certo, non si potrà vendere il Colosseo, non crede? «Oggi mi preme capire fino in fondo se le nuove leggi lo rendono possibile, anche in un futuro remoto e improbabile, visto che fino a ieri non lo era in nessun caso». Nel suo libro lei sostiene che la cultura della conservazione, acquisita dall'Italia prima dell'Unità e che ha fatto scuola nel mondo, sta subendo una progressiva erosione. Quanto influiscono le oggettive difficoltà economiche a gestire un patrimonio come il nostro? «Indubbiamente parecchio. Ma è una considerazione sbagliata. Anche dal punto di vista economico il patrimonio culturale rappresenta una gigantesca risorsa che richiama turisti da tutto il mondo producendo ricchezza». Se lei fosse il ministro Urbani, che cosa farebbe per scongiurare i perìicoli che ha indicato? «Direi ai sovrintendenti, nel dubbio, di vincolare tutto, di impedire ogni vendita. Così questa storia del silenzio-assenso avrebbe un effetto-boomerang per Tremonti».
Vendere il Colosseo è possibile?
Il professore Salvatore Settis, docente di storia dell'arte e archeologia, ha lanciato un allarme sulla vendita del patrimonio culturale italiano. Secondo lui, lo Stato sta abbandonando il patrimonio culturale per valutarlo in termini patrimoniali e vendere i beni culturali. Settis ha criticato il principio del silenzio-assenso delle sovrintendenze per la vendita di un bene pubblico, che è stato stabilito per 120 giorni contro i 30 inizialmente previsti. Ha anche criticato il governo di centro-destra per aver creato le condizioni per la vendita dei beni culturali. Settis ha chiesto ai sovrintendenti di vincolare tutto e impedire ogni vendita.
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