Per Benevolo e Portoghesi si tratta di pettegolezzi malevoli Gregotti e De Fusco: «Più cautela, resta comunque un maestro» Forse si sarebbe divertito o forse si sarebbe arrabbiato, tanto per confermare, una volta di più, la sua fama di «persona di pessimo carattere». Certo, però, che Bruno Zevi non sarebbe stato in silenzio davanti alle accuse rivoltegli dai curatori dell'edizione italiana, arrivata settant'anni dopo la prima pubblicazione, del volume di Walter Curt Behrendt (1884-1945) II costruire moderno. Natura, problemi e forme. Uscito nel 1937, mai tradotto prima, ormai introvabile nell'edizione originale inglese il saggio di Behrendt viene universalmente riconosciuto come «punto di riferimento indispensabile per la nuova architettura» e deve la sua divulgazione nel nostro Paese proprio a Zevi (1918-2000) che lo avrebbe scoperto negli anni dell'esilio (iniziato nel 1939). Zevi non aveva mai negato di conoscere e di aver letto Modern Building, its nature, problems and forms (questo il titolo originale). Ma Roberta Amirante e Emanuele Carreri nella loro introduzione alla versione italiana (Editrice Compositori, pp.224, 30) ci vanno giù pesante: «A scorrere le pagine di questa prima traduzione si prova una sottile sensazione di déja vu, anzi di déja lu». Perché Zevi («l'unico lettore italiano» di Modern Building), «non si è limitato a leggerlo» ma «l'avrebbe compitato, studiato, chiosato, assimilato, recitato, predicato» e in pratica «l'avrebbe riscritto continuamente». Di fatto, dunque, Verso un'architettura organica di Zevi (uscito da Einaudi nel 1945, un mese prima della morte di Behrendt) non sarebbe che un plagio perché «senza Behrendt Zevi non l'avrebbe mai scritto». Affermazioni «forti» visto che lo stesso curatore della collana, Renato De Fusco, si sente in dovere di precisare: «Non ho nulla in contrario a una storia "con i se e con i ma", con l'avvertenza però che all'ingenerosità è preferibile l'errore. Sono così certo che Amiteri e Carreri, riconoscano che Zevi con o senza l'autore tedesco ci avrebbe comunque insegnato molto». L'ipotesi è che Zevi deve aver letto Modern Building appena arrivato in America dove il libro era già un libro di successo, forse ha addirittura conosciuto l'autore, forse ha seguito una sua conferenza alla Columbia University (c'è persino una data il 5 marzo 1941). Ma sembra esserci soprattutto tra i due una grande affinità elettiva: «Due ebrei. Due emigrés in fuga dal nazi-fascismo. Due critici, due storici, professori, uomini pubblici, direttori di riviste e di associazioni, animatori culturali. Due adepti della arendtiana Vita adiva». Il risultato sono le strane similitudini tra la prefazione di Modern Building e. quella di Verso un'architettura «oltre ad una scheda da 16mila battute finita dal libro di Behrendt direttamente nella Storia dell'architettura». Roberto Dulio, che sta preparando una biografia culturale di Zevi, sull'«Unità» ha stigmatizzato l'accusa di plagio affermando che l'opera di Zevi «non può essere ingenerosamente appiattita in un rapporto di scopiazzatura». Sulla stessa linea Paolo Portoghesi: «I due curatori hanno preso una cantonata, il pensiero di Zevi è talmente complesso che non si può assolutamente parlare di copiatura». Quello che però sorprende Portoghesi è la reazione tiepida di De Fusco: «Io quella introduzione non l'avrei mai pubblicata». Il professor Leonardo Benevolo parla di «pettegolezzo» e ricorda l'importanza avuta da Zevi «nell'aver fatto conoscere e capire in Italia Frank Lloyd Wright» («invece quella sua idea di disordine è oggi inattuale, bisogna piuttosto recuperare l'idea di ordine»). Più complessa la posizione di Vittorio Gregotti: «Parlare di plagio di Behrendt è esagerato, certo sono vicini ma direi che Zevi ha essenzialmente riletto in chiave crociana certe teorie del positivismo tedesco». Da una parte Gregotti «non nega che quella sua identificazione di Lloyd Wright con l'idea stessa di libertà possa apparire una forzatura» ma gli va riconosciuto che è stato «il primo ad aver saputo creare un vero interesse intorno all'architettura». E conclude: «certo, a lui, l'accusa di aver copiato non l'avrebbero mai fatta. Aveva un caratteraccio».