All'ombra del tempio maggiore di Pesto, la Borsa mediterranea del turismo archeologico, giunta quest'anno alla decima edizione, cerca strade per far incontrare domanda e offerta di archeologia nel più ampio pacchetto delle vacanze. Strade non sempre agevoli. L'"International barometer", che è l'indicatore più attendibile del flusso turistico, elaborato periodicamente dall'Organizzazione mondiale del turismo, dice che dal gennaio all'agosto di quest'anno, l'Italia registra un più 8 per cento rispetto all'anno scorso di flusso turistico. La spesa, però, fa registrare soltanto un aumento dell'1,7 per cento. Un dato ambiguo. Dice che l'Italia vende sì, ma vende male il proprio patrimonio artistico. Come dire che è caro tutto quello che sta intorno ai nostri templi. Da Alberto Corti, segretario generale dell'Astoi, l'associazione dei tour operator italiani, vengono alcune proposte. «Il discorso - dice - è valido per i turisti provenienti da un vasto raggio: gli Usa, il Giappone o il Canada, quelli cioè che spendono di più. Bisogna fare in modo che non solo vengano, ma che restino il più possibile. In questo momento stiamo vendendo un po' meno bene, per non dire male, il nostro prodotto. Dobbiamo, invece, convincere i turisti a venire, perché attualmente nutrono perplessità sull'offerta italiana». Il turismo, compreso quello archeologico, è cambiato, e il turista si è fatto più esigente. Da qui una prima proposta dell'Astoi: «Il turista - dice Corti - vuole vivere il sito archeologico e non soltanto vederlo. Occorre aumentare tutte le occasioni di spettacolarizzazione del sito archeologico, portando dentro eventi, come si fa già con l'Arena di Verona o con le Terme di Caracalla. Quando è stato fatto a Paestum o a Pompei, i risultati si sono visti. Insomma, si dovrebbero trasformare questi luoghi in qualcosa da vivere. Così, il turista resta in città la sera e pernotta. Questo significa aumentare la spesa. Diversamente, viene, osserva e la sera sta già dormendo a Losanna!» Va però detto che non esiste un turismo esclusivamente archeologico: «Sono pochi i pacchetti che propongono esclusivamente siti archeologici - precisa Andrea Giannetti, presidente dell'Assotravel - almeno che non si rivolgano a gruppi di appassionati o di studiosi. L'archeologia rientra nell'offerta complessiva. Certo, però, che è possibile, con le risorse che abbiamo, proporre autonomamente queste mete, ma per adesso sono inserite all'interno di una logistica turistica normale dove, però, in certi casi la parte archeologica fa da traino principale». Un sistema per definire un'offerta che abbia al centro l'archeologia potrebbe essere quello che suggerisce l'Astoi, già proposto al dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del turismo presso la Presidenza del Consiglio: un «Grand Tour Mediterraneo» sull'idea degli itinerari che, a partire dal Settecento, portavano turisti, allora privilegiati, dal Nord Europa. Questa volta seguendo il fil rouge del Mediterraneo e dei siti archeologici in Italia, Tunisia e Malta, un filo però che non escluderebbe tutto il resto. La mostra. «Lungo gli itinerari della memoria per individuare i varchi per il futuro» Nel Grand Tour alia scoperta dell'Italia e dell'Europa, Paestum, dopo i ritrovamenti archeologici di Ercolano (1738) e di Pompei (1748), diventò una tappa importante per i «touristi» dell'epoca. All'inizio, erano giovani rampolli di nobili casate aristocratiche che intraprendevano un «viaggio di formazione», ma poi si aggiunsero poeti, scrittori e disegnatori. Molti ritraevano il paesaggio, altri, non avendo questa capacità, si facevano accompagnare da artisti, come fece Goethe che si mise in viaggio con Kniep, un disegnatore suo connazionale. E tutti, in un modo o nell'altro, hanno riprodotto Paestum e i suoi templi. Oggi, una mirabile collezione di oltre centocinquanta opere documenta la straordinaria fortuna di Paestum. Il museo «Paestum nei Percorsi del Grand Tour», diretto da EustachioVoza, propone una mostra di queste opere d'altri tempi, e la «Fondazione Giambattista Vico», presieduta da Vincenzo Pepe, si è preoccupata di documentarla in un catalogo. Anche se le tavole sono ben lontane dal luccichio digitale, l'opera è destinata soprattutto ai giovani: «La Fondazione - dice Pepe nella presentazione del catalogo - ha voluto intraprendere un viaggio nella nostra identità storica per offrire ai giovani certezze, fortezza d'animo, passione e, negl'itinerari della memoria, individuare i varchi per il futuro».