Villette, villini, villoni. Dopo la dittatura i dei condominii che hanno spadroneggiato per tutti gli anni '60 e '70 mar-canddo il territorio che ne porta i segni indelebili, è stata "villettopoli" a inaugurare la i nuova era. Amni '80: tramontati il tenero cattivo gusto e la patetica mania dei nanetti e dei sedili in pietra a forma di fungo che hanno arredato i giardini dell'Italia del boom con qualche soldo in tasca e finalmente il sogno realizzato della "casettina di periferia" con la "mogliettina giovane e carina" o della "casetta in Canada", sono arrivate le villette a schiera in quantità industriale a siglare il nuovo gusto e il nuovo modo di abitare. E di colonizzare con una certa arroganza il paesaggio. Quel paesaggio che il ministro dei beni culturali Francesco Rutelli ad Assisi al convegno del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, ha indicato come l'ultima frontiera da salvaguardare, anche se a suo dire la battaglia è quasi persa per colpa degli scempi commessi con spensierata ignoranza e una buona dose di protervia. Anche Lecco ha pagato il suo tributo ed esibisce più di qualche esempio soprattutto sul lento digradare delle pendici del Resegone, ovvero da Versasio in giù. Non c'è più un fazzoletto di verde libero, o meglio: l'ultimo lembo dove il piano regolatore (quello in vigore che addirittura aveva previsto il doppio della cubatura rispetto a quella utilizzata nel progetto del porto alle Caviate considerato scandaloso e insostenibile, nonostante questo), dunque il residuo spazio in cui il prg ammette la lottizzazione, sta ancora combattendo la battaglia per resistere all'irresistibile avanzata di una ventina di villette. Poco sopra la località Canto, vicino allo svincolo della nuova Lecco-Ballabio, quel terreno in parte boschivo attende di sapere di quale morte deve morire, mentre, per il momento, dal marzo dell'anno scorso la sentenza già emessa dal Comune con il via libera al progetto, nonché dalla Provincia con l'autorizzazione paesistica, è stata annullata dalla Soprintendenza: alt alla colata di cemento, almeno in attesa di una riformulazione più accettabile, cioè meno devastante sul paesaggio, del progetto. Perché le villette per novemila metri cubi su un lotto di 18 mila metri quadrati si faranno, eccome se si faranno: è un diritto acquisito, carta canta, Lo dice il piano regolatore e quindi è legge, la ruspa non solo è ammessa ma è gradita. Inevitabile. Però c'è un vincolo di tutela ambientale per via di un boschetto. Un vincolo che ha consentito alla Soprintendenza di giudicare inammissibile quel progetto che, così com'è, costituisce un vero attentato al paesaggio. «Anche se la valutazione del paesaggio - dice Domenico Palezzato, presidente della sezione lecchese di Italia Nostra - non può e non deve fermarsi al mero limite del vincolo: il paesaggio non finisce lì. Insomma, non possiamo preoccuparci di qualche pianta e non dell'inserimento di venti case nel contesto generale. Perché è paesaggio tutto quello che si vede». Come i capannoni sorti qualche anno fa vicino al santuario della Misericordia a Casatenovo. Una battaglia cominciata tra il 2000 e il 2002 quando era stato presentato il progetto di un insediamento industriale che il Comune aveva approvato e i cittadini osteggiato. La Soprintendenza aveva dato manforte a questi ultimi, forte del vincolo di tutela di una zona impareggiabile dal punto di vista ambientale e culturale. Anche il Tar aveva dato ragione a chi resisteva alla cementificazione insostenibile. Poi i capannoni sono stati fatti lo stesso: era un diritto acquisito, carta canta, lo dice il piano regolatore, eccetera eccetera. Ma le modifiche che sono state apportate in seguito all'alt imposto dai Beni culturali hanno almeno ridotto di molto l'impatto ambientale, e invece di capannoni orrendi sono sorte costruzioni che si stemperano nel paesaggio e non si capisce bene cosa sono. Come dire che almeno non si identifica l'impronta di una struttura industriale: «Sono diventate, anzi, un elemento qualificante - secondo Palezzato - con un loro valore simbolico. La dimostrazione che salvaguardare un territorio non significa affatto condannarlo alla mummificazione».
"Così la moda delle villette sta uccidendo la montagna
Il testo descrive come le villette siano state costruite in Italia negli anni '60 e '70, segnando il passaggio da una dittatura a una nuova era. Le villette sono state costruite in quantità industriale, colonizzando il paesaggio e causando la perdita di verde libero. Il testo cita l'esempio di Lecco, dove il paesaggio è stato alterato dalla costruzione di villette. Il Comune di Lecco ha annullato la sentenza che aveva autorizzato la costruzione di villette su un terreno boschivo, ma il progetto è ancora in corso.
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