Tutti in rivolta, dai tenori ai costumisti. Accuse alla Moratti e Sgarbi Alla Scala lo scontro è ormai durissimo. Tutti gli operatori, dai costumisti ai tenori sono in rivolta. Accusano Sgarbi e la Moratti. Chiedono stipendi più alti e turni meno stressanti. Lo sciopero mette a rischio la Prima. Ma anche il futuro di uno dei simboli della cultura italiana nel mondo. E le cause sono tante o troppe per farsi enumerare, tutte nate da una crisi profonda e complessiva dellintero sistema della cultura musicale italiana, che nellassetto legislativo e organizzativo andrebbe ripensato dalle origini (scuola e conservatori) fino allo sbocco nel mondo del lavoro. Qualcuno ha detto che gli enti lirici italiani sono come sacchi enormi disseminati di buchi. Di fronte alle pretese sindacali, giuste o ingiuste che siano (non è questo il punto), per far ripartire lelefantiaca macchina si mette una toppa arrestando temporaneamente la lacerazione del tessuto. Il sacco sovraccarico tiene per un po e torna a spaccarsi. Insomma è vano ragionare sul particolare se non ci si decide a riconsiderare fin dalle radici il sistema generale. Però la Scala figura sempre in prima linea. Perché la Scala è la Scala, come usano dire i musicisti. È il teatro-simbolo, il tempio di Verdi, la culla di debutti memorabili, la casa di Toscanini e della Callas, lemblema venerato dallAmerica al Giappone, il sogno del melodramma italico nel mondo. La Scala e la Ferrari: questa è la bella Italia, diceva Enzo Biagi. Dunque la Scala concentra le attenzioni del paese e non soltanto, sa mettere in agitazione i ministri, funge da capofila per gli altri teatri. Insofferente al sindacalismo che stava prendendo piede, ostile allavanzata del corporativismo, Arturo Toscanini, il direttore dorchestra che nei suoi preziosi anni scaligeri plasmò il prototipo del teatro dopera moderno nel mondo, lasciò per tre volte la Scala, e lultima le dimissioni furono definitive. Anche Claudio Abbado, direttore musicale alla Scala per un lungo periodo, dal 68 fino all86, ebbe i suoi problemi, e un Requiem di Verdi che avrebbe dovuto dirigere fu annullato da uno sciopero clamoroso. Si andò vicinissimi alla cancellazione causa sciopero per un Guglielmo Tell degli anni Ottanta, direttore Muti e regia di Ronconi. E fece scalpore in tutto il mondo lo sciopero dellorchestra per una Traviata nel giugno del 95, quando Muti, di fronte alle ire del pubblico avvertito dellannullamento della recita mentre era già accomodato in sala, eseguì lopera di Verdi al pianoforte, in palcoscenico insieme ai cantanti. Tripudio, commozione, inni al maestro salvatore della patria. Quellepisodio contava un (parziale) precedente: alla Fenice di Venezia, per una Salome di Strauss, lorchestra in sciopero venne sostituita da due pianoforti. Tanti, tantissimi sono stati i 7 dicembre che hanno rischiato di saltare. E la vetrina preferita per le rivendicazioni sindacali: lItalia guarda, registra, commenta. La storia antica (non quella nuova, almeno per adesso) ci insegna che solitamente è il sindaco di Milano (che per statuto presiede lente) a intervenire allultimora, mettendo la famigerata toppa nel gran sacco sullorlo di una crisi di nervi. Di volta in volta i vari Pillitteri, Tognoli, Formentini o Albertini hanno compiuto i loro interventi salvifici, facendo alzare il sipario sul rito irrinunciabile di SantAmbrogio.