Nascerà con il nuovo anno, oramai è certo. Addirittura «potrebbe essere una realtà entro Natale», come ha dichiarato giovedì scorso il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani. La Fondazione Museo Egizio di Torino sarà la prima fondazione museale in Italia a sperimentare una gestione mista tra Stato, enti locali e privati. La prima a raggiungere il traguardo tra le molte che hanno intrapreso la via. Giovedì il comitato promotore, costituito da Ministero, Regione, Provincia, Comune, Compagnia eli San Paolo e Fondazione CRT, ha approvato lo schema di statuto. Ora manca solo l'atto convenzionale per la regolamentazione dei rapporti giuridici ed economici tra i soci fondatori. Dovrebbe essere pronto per i primi di dicembre. Poi il via. E se è vero, come ama ricordare il ministro Urbani, che «non esistono abiti adatti a tutti», che ognuno si deve creare il proprio, è anche vero che le soluzioni adottate dalla Fondazione apripista costituiranno un punto di riferimento e un modello per chi la seguirà. Una responsabilità molto sentita da tutti gli attori della Fondazione. Entusiasti ma al contempo cauti, consapevoli dì essere una sorta di laboratorio in cui ogni singolo esperimento ha avuto e avrà su di sé i riflettori puntati. La sfida maggiore per le Fondazioni è il superamento delle inevitabili difficoltà di coordinamento tra attori molteplici ed eterogenei per dar vita a un organismo snello capace di una gestione efficace. A Torino pare che gli ingredienti per una buona riuscita ci siano davvero. Che finora tutti abbiano saputo mettere da parte i particolarismi per guardare piuttosto agli equilibri possibili. Gioco di squadra, integrazione, convincimento, passione. Sono queste le parole usate da tutti per commentare il risultato finora raggiunto. Tutti convinti della necessità di un rilancio in grande stile di Torino città d'arte e di dover puntare, per questo, proprio sul gioiello della città. Quel Museo Egizio che è per nascita il primo al mondo e per ricchezza delle collezioni secondo solo al Museo del Cairo. Ma è tra gli ultimi in fatto di ristrutturazione e adeguamento alle esigenze e curiosità del visitatore moderno. Persino il centenario e romanticamente polveroso Museo del Cairo ha già posto la prima pietra del suo nuovo edificio. Torino non poteva più attendere, ed era chiaro che solo un'intesa ad ampio raggio avrebbe potuto mobilitare le forze e i finanziamenti necessari per far nascere il museo del Terzo Millennio. Si parla di nuovi criteri espositivi, di creazione di servizi moderni come una biblioteca aperta alla città, una videoteca e sale di proiezione, di iniziative rivolte sia al pubblico che agli studiosi. Si parla di spazi più che raddoppiati ma senza rinunciare alla tradizione. Non ci sarà cioè nessun edificio nuovo come al Cairo, il Museo non uscirà dal palazzo dell'Accademia delle Scienze che ospita la collezione egizia cittadina sin dal suo nascere nel 1 824. Oramai il dibattito in città sull'idea di un trasferimento del Museo alla Venaria è acqua passata. Ha prevalso, anche in virtù dì una precisa analisi al riguardo, il partito di chi non accettava di vedere il gioiello di Torino confinato fuori città. In quest'ottica gli architetti Stefano Trucco e Roberto Pagliero hanno predisposto le linee guida per la trasformazione e l'ampliamento degli spazi museali. Gli egittologi Silvio Curto, Dietrich Wildung e Francesco Tiradritti hanno pensato come riconfigurare le collezioni, in collaborazione con Vittorio Bo che ha curato gli aspetti inerenti la comunicazione. E l'Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) ha analizzato i modelli organizzativi e gestionali e il marketing museale. Tre studi che sono confluiti nelle «Linee guida per il bando internazionale per il nuovo museo», documento approvato anch'esso giovedì scorso. È quindi assai probabile che la pubblicazione del bando di gara seguirà a ruota la nascita della Fondazione. Anche perché i tempi sono davvero stretti, se si vuole mantenere la promessa di termine lavori entro il 2011, a 150 anni esatti dall'Unità d'Italia. E nel frattempo, porte sempre aperte. È convinzione di tutti che la città non debba soffrire per la chiusura temporanea del museo. E a tal fine l'Ires ha realizzato un'indagine sulle soluzioni adottate altrove indicando un quadro dei possibili modelli da seguire. Chiusure solo parziali, trasferimento in altra sede, realizzazione di mostre, di un museo virtuale. Nulla ancora è deciso ma c'è già un'idea nell'aria: una grande mostra, magari in occasione delle Olimpiadi del 2006.