Dì fronte all'articolo della Finanziaria che consente di mettere in vendita beni demaniali d'interesse culturale quando intervenga il silenzio-assenso degli Uffici della tutela io e con me credo tutti i soprintendenti d'Italia mi dichiaro fascista e comunista. Fascista come Giuseppe Bottai, come Giovanni Gentile, come Ugo Ojetti, comunista come Ranuccio Bianchi Bandinelli, come Giulio Carlo Argan, come Palmiro Togliatti. Gente, tutta, che credeva nel primato dello Stato e nella intangibilità, per non dire nella sacralità, del patrimonio culturale della Nazione. Ci sono due aspetti che preoccupano nel decreto che accompagna la Finanziaria: uno di principio, l'altro tecnico-operativo. Quello di principio è, a evidenza, il più grave. Meniamola giù come vogliamo, invochiamo pure tutte le attenuanti specifiche, e genetiche (comprese le improvvide aperture che su questo fronte avevano già fatto i governi di centro-sinistra) chiamiamo in causa l'Europa, il patto di stabilita, il debito pubblico e quant'altro, resta tuttavia un dato di fatto incontestabile. In una legge della Repubblica, si afferma il principio che i beni culturali della Nazione devono essere oggetto di valuta-zione patrimoniale e possono, in certi casi, essere venduti. Questo succede in Italia, il Paese che mezzo millennio fa, con Leone X Medici il quale nominò Raffaello soprintendente alle Belle Arti di Roma, inventava per noi e per tutto il mondo civile la legislazione tutelare; fondata sull'insindacabile primato delle competenze tecniche. Un giorno lo storico dirà che il provvedimento di cui sipario e l'atto terminale di una lunga deriva che non abbiamo saputo contrastare in modo efficace e di cui siamo tutti in qualche misura responsabili. Nel corso del Novecento abbiamo visto l'universo dei beni culturali gradualmente staccarsi dai suoi tradizionali ormeggi storicistici e idealistici, identitari e patriottici (quelli di Bottai e di Gentile, di Bianchi Bandinelli e di Argan), per affrontare il mare incognito della fruttuosità economica, della economia della cultura, del nostro petrolio. Il petrolio è fatto per essere venduto. La metafora trucida e smagliante che qualcuno inventò fra gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta, trova in questo autunno del 2003 concreta applicazione. Altre seguiranno sfruttando il malefico piano inclinato che questa finanziaria ha messo in opera, A quando la vendita degli esuberi dei musei? La cessione ai privati (i quali sanno, loro sì, promuovere e valorizzare) dei quadri di seconda scelta ammucchiati fra la polvere e i topi, di cui favoleggiano i cattivi giornalisti e quei politici che in una pubblica collezione d'arte o in una biblioteca non hanno mai messo piede, neanche per sbaglio? Consideriamo ora l'aspetto tecnico-operativo della questione. Giuliano Urbani che pure aveva duramente contrastato, insieme ai suoi soprintendenti, il silenzio-assenso, ora è costretto a mitigare la sconfitta con la constatazione che poteva andare anche peggio. Cento-venti giorni sono meglio di trenta. Certo che sono meglio. Le Soprintendenze avranno quattro mesi invece di uno per preparare le loro istruttorie, per argomentare i loro eventuali dinieghi. Ma il ministro Urbani, dopo più dì due anni di permanenza al Collegio Romano, non può non conoscere lo stato di salute delle nostre Soprintendenze, specie quelle periferiche, specie quelle dislocate nel profondo Nord, Chi come me ha prestalo servizio, da soprintendente, in Lombardia e nel Veneto, sa bene che si tratta di uffici poveri di personale e di mezzi, stretti fra l'aggressività dei piani paesistici comunali, te pressioni dei privati, la sostanziale indifferenza dei cittadini, la necessità angosciosa di fronteggiare ogni giorno le emergenze di un patrimonio culturale che e (continua a essere, nonostante tutto) incredibilmente, quasi insolentemente, vasto, bellissimo e in gran parte incognito. In molte parti d'Italia i soprintendenti tengono la linea con presidi così esigui da essere quasi trasparenti, in molte province manca una catalogazione del patrimonio degna di questo nome. La schermo protettivo della tutela ha maglie così larghe, risorse cosi modeste e procedure così faticose, da rendere insufficienti e, temo, in molti casi inefficaci i quattro mesi di istruttoria che il decreto prevede.