Le forbici che ricostruiscono un'epoca, le sete e i velluti che continuano a vestire i sogni, si spostano al nord della città. L'immensa collezione della sartoria Tirelli, 160 mila costumi, era dislocata in sette diversi magazzini, nella periferia tra Boccea e l'Aurelia. Dino Trappetti, che guida la sartoria che ha attraversato l'età dell'oro dell'opera e della prosa e ha reso lo schermo ancora più grande, ha riunificato l'intero patrimonio a Formelle, mantenendo però il laboratorio nella villetta nascosta in Prati, a via Pompeo Magno. Il nuovo spazio sarà inagura-to domani alla presenza del ministro di Beni Culturali Francesco Rutelli. La colazione, dove maestranze e ospiti, Cavani, Ozpetek, Tosi, si mescoleranno democraticamente, verrà servita nella sala delle consegne dei materiali, tra ricordi, accessori, gigantografie del Ritorno di Cold Mountain, Rocco e i suoi fratelli, Ludwig. Niente mondanità, solo persone legate al lavoro di una sartoria. L'emporio del costume nasce sulla Cassia Bis, occupa due luminosi piani di un palazzo su una superficie di 5000 metri quadrati, in un quartiere industriale di recente costruzione alle pendici del borgo medievale. Da quando, nel '91, è mancato Umberto Tirelli, l'uomo che vestì la Callas, «ho sentito la necessità di trovare uno spazio più funzionale dal punto di vista logistico e organizzativo», racconta Dino Trappetti. Prima era tutto stipato, i costumisti dovevano fare la caccia al tesoro correndo da un magazzino all'altro della città. L'emporio è suddiviso in sette sale che assecondano epoche e stili, dall'Impero Romano al Rinascimento, fino al '900. C'è quella riservata agli allestimenti lirici e la cosiddetta stanza chiusa, dove sono riuniti i costumi delle prime parti, i protagonisti, che si è deciso di noleggiare con molta parsimonia. Senza scomodare II Gattopardo e le altre preziosità di Visconti di cui tante volte si è parlato, qui trovi anche le sete e le organze del premio Oscar Gabriella Pescucci per Michelle Pfeiffer ne L'età dell'innocenza; i tessuti rigidi, espressivi della Russia di Maurizio Millenotti per Anna Karenina con Sophie Marceau; gli abiti paesani di Mariano Tufano per Nuovo-mondo; il velluto ricamato in oro di Amadeus; l'inquartata creata da Danilo Donati per il Casanova con Donald Sutherland, un '700 che risponde allo spirito visionario di Fellini dove i canoni sono esasperati, i polsoni esagerati, le code tenute da ferii per farli schizzare all'infuori. Fino alle recenti produzioni televisive, dal kolossal sui Buddenbrook realizzato in Germania a Artemisia, costumi di Èrcole. Nella stanza dell'autentico sono conservati gli abiti veri, 2-3000 pezzi cercati da Dino e da Umberto, arricchiti da donazioni di amici che smettevano il guardaroba dei propri nonni. La perla è il velluto nero 1860, con il pizzo di merletti bianchi sulla scollatura, appartenuto alla contessa Virginia Castiglione che, a 29 anni, decise di essere diventata vecchia e così caricò di «lutto» la sua vita vestendosi solo di nero. Dino Trappetti racconta queste vicende con passione. Tutto era cominciato nel 1964 con quattro sarte e tre macchine per cucire. La Tirelli ha vestito Alain Delon, Claudia Cardinale, Al Pacino, Robert De Niro che, in C'era una volta in America, maniaco della perfezione come sempre, con un gesto disse a Trappetti di togliersi di mezzo «perché doveva avere l'intera prospettiva della scena dal bancone del bar». La sartoria oggi ha ampliato la sua dimensione internazionale. Pensare che quando Trappetti arrivò, l'impatto fu traumatico, imperava il cinema minimalista, per un attimo pensò di chiudere. Umberto Tirelli era un ciclone dal timbro imperioso che, rovistando tra aste, bancarelle comprava «roba antica» per due lire, pizzi, marsine, trine. Morì troppo giovane. Dino aveva fatto l'ufficio stampa ai festival di Spoleto e Pesare, cresciuto con Gian Carlo Menotti e Romolo Valli, non si era mai occupato della sartoria, nulla sapeva del rapporto fra i colori. Bisognava continuare il filo magico, si tenne duro anche grazie agli amici, Pier Luigi Pizzi e Liliana Cavani, Piero Tosi (ovvero la grande scuola di Visconti) e Vera Marzot, Riccardo Muti e Lucia Bosè. L'Oscar preso dalla Pescucci, che chiude il cerchio degli amici, ridiede fiducia. Il trasferimento della Tirelli ha fatto da apripista a altri laboratori e sartorie (le calzature di cinema Pompei andranno nella stessa località), ma, d'intesa col sindaco di Formello Giacomo Sandri, si sta individuando un polo museale per esporre una parte dei vestiti autentici nel borgo medievale, per proseguire con la visita guidata ai magazzini. Si tratta di 2-300 pezzi che dovevano far parte del Museo del Costume per il quale Trappetti è da cinque anni in causa col Comune. Ma questa è una storia diversa, e domani per la Tirelli è un giorno di festa.