Sul viale Strasburgo, in due incroci nevralgici ad alta densità di ingorghi e di contese tra testardi automobilisti, da parecchio tempo sono stati posti alcuni simbolici semafori che tuttora giacciono inerti. Questi spenti totem, questi idoli taciti eppure bugiardi, sembrano essersi arresi anzitempo al carosello ingovernabile della circolazione. Ci si chiede in tanti, nella zona, perché mai siano stati collocati, e con sapiente scelta strategica, per poi essere abbandonati a una funzione surrettizia di monito, di potenziale ma non attuata regolazione del traffico. In realtà, il disincanto collettivo è tale che la domanda non può che essere retorica e sottintendere che lassurdo è del tutto coerente allandazzo generale che è costellato di sprechi, disfunzioni, disservizi, guasti endemici. Questi tristi semafori, questi ciondoli allegorici, sono una sorta di memento della città ingovernata, senza norme certe, in cui ogni passaggio, ogni crocevia, è a rischio di collisione. Intanto, in attesa di essere azionati, chissà quando, chissà se, i semafori pencolano come prematuri addobbi natalizi. Linstallazione potrebbe perfino supporsi artistica, come una specie di monumento allanarchia del guidatore (di qualunque mezzo), alla sua pretesa di avere sempre la precedenza, di incedere imperiosamente e senza ostacoli lungo la «propria» strada. In questottica i semafori dormienti sarebbero quindi una sorta di tridimensionale trompe-loeil. Ovvero una finzione teatrale tipicamente palermitana, se è vero il giudizio che Sciascia, parafrasando Bela Balazs, esprimeva sul supponente capoluogo: «questa città rappresenta la scena di una città». E così allincrocio, mentre il caos singarbuglia, si tiene la recita grottesca di un semaforo incolore di cui, come la celebre pipa di Magritte, potrebbe dirsi «questo non è un semaforo». E non lo è perché questa non è una città. Sembra una città, ne ha lapparenza scenografica. Come nel teatro scespiriano, in cui luoghi sono contrassegnati da cartelli che indicano con un vago cenno unipotesi di contestualizzazione, anche Palermo espone simulacri contraddittori che negano se stessi: una metropolitana che non è una metropolitana o unisola pedonale che è tuttaltro che unisola pedonale o unaiuola che non è unaiuola perché nessuno vi ha piantato fiori (tanto meno un ipotetico giardiniere che non è un giardiniere perché non fa il suo lavoro). Daltronde, con limminenza della festività (le quali ormai incombono incessantemente) larredo urbano ha ricreato alcuni angolini pseudo-esotici ripristinando, come un vecchio allestimento teatrale, certe finte palme illuminate e fosforescenti: sagome kitsch che insieme ad alcune tendopoli ormai a carattere sedentario inscenano un oriente da fotoromanzo, più attinente a una rappresentazione on the road dello Sceicco bianco o di Lawrence dArabia che non a un contesto presepiale, per quanto secolarizzato. Ma almeno non cè dubbio che «queste non sono palme». Sono palesemente dei veri falsi (laddove, per esempio, il cestino in cui nessuno getta le cartacce è un falso vero cestino poiché non assolve la sua ragion dessere e rimane, pur nella sua materialità nella sua fattura ad hoc, un oggetto inerte e inutile). Così, mentre la città continua la sua finzione, la sua mise en abyme autoparodistica, spacciandosi per quello che non è (la città cool di cui allunisono si è trovato il corrispondente motto scatologico) gli alberi veri muoiono, trafitti dal punteruolo rosso, il parassita killer, e avvelenati dai gas di scarico, ma non si pensa a impiantare nuovi giardini pubblici che almeno compensino le perdite. Il tormentone satirico sul sindaco invisibile («questo non è un sindaco») coglieva nel segno proprio per questo carattere emblematico e paradossale della città, che un vuoto damministrazione ha consegnato allinconsistenza di un fondale di palcoscenico, di una quinta teatrale, di una mera raffigurazione che allude a rapporti civici ormai inesistenti. Il motto di Palermo potrebbe essere allora lo stesso del Globe Theatre elisabettiano: Totus mundus agit histrionem. Tutto il mondo recita. In forma di farsa o di tragedia, i rapporti sociali sembrano infatti improntati a una spontanea drammaturgia. Sennonché, concretissime e pesantissime multe, orchestrate allo scopo di colmare in parte la voragine del deficit, si accaniscono sugli infrattori di alcune plateali e aleatorie convenzioni (dalla segnaletica agli orari di conferimento dei rifiuti) allo scopo di finanziare lo spettacolo o il circo della città in cerca dautore. Il surrealismo palermitano si converte allora in iperrealismo, pur mantenendo intatto il suo grottesco nonsense. Accade allora talvolta che questa multa non sia una multa, magari per un difetto di forma. E che quindi debba essere rimborsata. Cosa che purtroppo non potrà avvenire per questa amministrazione che non è unamministrazione, dei cui danni non avremo risarcimento e riparazione di sorta. Sarà un giorno possibile introdurre il principio di identità a Palermo? Un principio del terzo escluso, del sì che è sì e del no che è no? Ovvero una logica? Ma questa è già unutopia. Come dire un luogo che non è luogo. Cioè, in un certo senso, ancora Palermo. Che forse non è più Palermo. Che a forza di inadempienze è divenuta altro da una città e altro da se stessa.