Campos Venuti, lei è il consulente generale del Psc di Reggio Emilia. Però lo è stato anche del precedente Prg, rispetto al quale si volta pagina. Cosa non ha funzionato? «Voglio fare una premessa: i miei rapporti con Reggio sono iniziati decenni fa, già ai tempi del Piano regolatore dell'architetto Piacentini. Penso di conoscere bene la storia e le caratteristiche di questa città. La filosofia del Prg del 2001 era ecologica, diversa dalmodo con il quale è stato poi attuato. Diciamo che, da parte degli amministratori in carica nella precedente legislatura, c'è stata una attuazionea rotta di collo, chehaprodotto effetti eccessivi e negativi di espansione. Ma è sbagliato imputare all'impostazione di quel Prg gli errori che sono stati poi commessi nella fase di applicazione ». Lei sostiene che questo è un Piano esemplare per coraggio e per novità, addirittura sul piano nazionale. Perché? «Anchequi ènecessariauna premessa. Reggio è un caso unico, per certi aspetti: la consistenza e l'attaccamento al proprio territorio dell'industriamanifatturiera, meccanicainparticolare; l'elevata presenza di immigrati,maanche il buon livello di integrazione. Anche grazie alle novità introdotte dalla legge regionale 20, l'attuale Amministrazione comunale è nelle condizioni di fare scelte innovative e coraggiose. Ridurre drasticamente la previsione di nuovi alloggi, non urbanizzare più terreno agricolo, privilegiare il recupero e la trasformazione dei terreni costruiti significa, oltrecheevitare consumo di territorio, anche capire il trendin corso di frenata del mattone. Mettere a dimora cinque alberiperogninuovoalloggio significa sessantamila alberi in più nei prossimi quindici anni. Prevedereunaquotadel70 di verde, pubblicooprivato, sugli insediamenti residenziali significa praticare e non solo dichiarare politiche ecologiche». Cosa ci garantisce che non si possa ripetere una divaricazione tra criteri teorici e sviluppi effettivi? «Ci sono vincoli precisi di indirizzo. Ecisonostrumenti attuativi diversi, come il Piano operativo comunale, che ha una scadenza temporale di cinque anni e quindi delimita rigorosamente i tempi di attuazione dei progetti. Questavoltanonpotrannoesserci scarti tra indirizzi generali e realizzazioni concrete». s.m.