Anni fa, verso il 1980, molti di noi avevano un peso sul cuore che induceva a uscire dalla propria nicchia di benessere professionale e a mettere il naso negli affari del mondo. Era l'incubo della guerra nucleare. Secondo gli strateghi dell'epoca, il rischio che un conflitto nucleare tra Usa e Urss avesse inizio, aveva una probabilità piccola ma non nulla; poteva partire per errore o per follia umana. In ogni caso, l'umanità così come la conosciamo sarebbe stata annientata: il numero di ordigni che avrebbe preso il volo per colpire indisturbati l'avversario (rispettivamente, il mondo «non comunista» e il mondo «non capitalista») sarebbe stato più che sufficiente a incenerire il pianeta. Fu in quella occasione che molti di noi, militanti nelle associazioni di scienziati per il controllo sugli armamenti (Uspid, per l'Italia: la gloriosa Unione Scienziati Per Il Disarmo, tuttora attiva) si preoccuparono di spiegare che tutto il mondo sarebbe stato ridotto all'inabitabilità, se non altro, dallo sconvolgimento climatico prodotto dalle enormi esplosioni. La gente pensava però ancora che il conflitto avrebbe colpito solo i contendenti, i detentori di bombe nucleari, come nelle guerre storiche. Sicché ci toccò descrivere che cosa sarebbe stato, invece, quello che, concordemente, chiamammo «l'inverno nucleare, la morte di ogni forma di vita sul Pianeta, piante e animali; e, soprattutto la miseria e la decadenza dell'uomo. Perciò, gli ordigni nucleari vennero classificati come ordigni di «distruzione di massa». La descrizione ebbe qualche successo: la gente incominciò a capire. Ecco, il concetto di «distruzione di massa» descrive una caratteristica degli effetti dell'impiego di certi strumenti. Non è semplicemente sinonimo di genocidio, perché perfino il genocidio è, a suo modo, mirato e quindi parziale; cioè, colpisce una parte della popolazione mondiale che appartiene a un particolare gruppo umano. Ebrei, curdi, armeni, cambogiani e centinaia di altri nei varii continenti sono esempi agghiaccianti, ma non totali. In ogni caso, sia la distruzione di massa che il genocidio hanno una proprietà in comune: l'irreversibilità. Ciò che è distrutto lo è per sempre: lo ha spiegato egregiamente Alan Cromer nel suo libro Uncommon sense, quando ha mostrato come la scienza greca sia sopravvissuta a stento ai colpi dell'autorità politica monocratica, laica o teocratica che fosse. Naturalmente, l'irreversibilità riguarda soprattutto l'eventualità che la popolazione regredisca a condizioni generali di vita più disagevoli e primitive; ma, in misura non minore, può riguardare la scomparsa dei beni che l'umanità possiede e del loro stesso ricordo, fino a quel «bene immateriale» che va sotto il nome di conoscenza o know-how. La conoscenza è il punto di saldatura tra la popolazione e il suo livello di evoluzione culturale: è la popolazione stessa a essere portatrice di conoscenza e di cultura. La distruzione di massa può avvenire perciò proprio attraverso l'annientamento dell'idea stessa di cultura; il genocidio equivarrebbe invece, per esempio, alla soppressione della sola matematica o della storia. Un conflitto scatenato con missili intercontinentali non avrebbe risparmiato nulla e nessuno: tutta la Terra sarebbe diventata inabitabile, buia e radioattiva a causa delle immense quantità di polveri contaminate, sollevate ad alta quota, che avrebbero oscurato il Sole. L'inverno nucleare colpì dunque la pubblica opinione, i giornali ne parlarono, la televisione fabbricò immagini, la parola Apocalisse divenne rapidamente familiare e frequente, si scomodò Nostradamus e ogni tipo di profezia; gli scrittori e i registi di fantascienza si eccitarono e raccontarono la minaccia spargendo dosi robuste di paura. Qualcuno se ne ricorderà: la Terra del «dopo» era sempre descritta come un deserto pieno di pericoli, coperto di rifiuti radioattivi e popolato di orribili mutanti, esseri diversi da quelli che c'erano prima. Ed ecco che, per una analogia forse non azzardata, mi è venuto in mente che c'è un'altra possibilità di produrre la distruzione di una civiltà, che sinora non è stata molto praticata. Mi è venuto fatto di pensarla quando ho visto che la signora Moratti si era affrettata a togliere la P di Pubblica dal Mpi (Ministero della Pubblica Istruzione), trasformandolo in Miur con inclusione di U (Università) e R (Ricerca): sembrava un atto di pulizia ideologica come quelli che si fanno nei cambiamenti di regime: giù le insegne! Fu allora che mi accadde di capire, per banale che sia, che si può benissimo mantenere in vita gli esseri umani che costituiscono una popolazione ma distruggere la loro tradizione culturale. Per questo, è sufficiente governare con «provvedimenti di distruzione di massa» di tutto ciò che alla tradizione culturale è indispensabile. L'ambiente culturale, una volta eliminato ogni elemento che ne protegga la qualità collettiva, si contamina in fretta: il linguaggio si inaridisce e perde i suoi rami alti, aggredito dalle parole-erbacce dei messaggi pubblicitari. La verità non conta più nulla rispetto alla bugia fantasiosa che fa vendere. I poeti, i pittori, i compositori classici, i matematici, i filosofi, non sono più in catalogo, in commercio: non sono richiesti. Improvvisamente, si va verso l'inverno culturale: si elimina la scuola pubblica, si premia chi sa fare affari, si valutano i risultati con parametri aziendali, si ossequia il manager, si licenziano i professori passando per la precarizzazione, si vende il patrimonio artistico.
La cultura rasa al suolo
Anni fa, la minaccia della guerra nucleare era all'ordine del giorno. Gli strategi dell'epoca pensavano che il rischio di un conflitto tra Usa e Urss fosse piccolo ma non nulla, e che l'umanità sarebbe stata annientata. Molti scienziati, tra cui gli autori di associazioni di scienziati per il controllo sugli armamenti, si preoccuparono di spiegare che lo sconvolgimento climatico prodotto dalle esplosioni nucleari avrebbe reso il mondo inabitabile. Gli ordigni nucleari vennero classificati come ordigni di distruzione di massa, una caratteristica che descrive gli effetti dell'impiego di certi strumenti.
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