Una decina d'anni fa, ogni volta che presentava in Consiglio il piano provinciale di sviluppo, un vecchio amministratore della Provincia di Firenze era solito sostenere che, se la Toscana poteva contare su un territorio tanto bello da attrarre turisti da tutto il mondo, lo doveva anche a una classe di sìndaci di sinistra che, nel secondo dopoguerra, avevano rinunciato alle facili lusinghe della cementificazione selvaggia conservando a paesi e campagne tutta la loro suggestione. L'affermazione era vera solo in parte, per almeno due motivi. In primo luogo anche in toscana gli scempi edilizi non sono mancati, se pure in misura inferiore rispetto a certe zone del Sud: tanti paesi del contado governati ininterrottamente da giunte frontiste hanno il loro bravo condominio a sei e più piani, in pieno centro storico, che non ha nulla a che spartire con lo stile e l'altezza degli edifici circostanti. La stessa ricostruzione degli storici edifici fiorentini devastati dalle mine tedesche - avviata durante la giunta presieduta dal sindaco del Pci Fabiani - non tenne conto delle tesi del grande critico d'arte Berenson, che voleva le case intorno al Ponte Vecchio ricostruite dov'erano e com'erano, e comportò più d'una concessione alla speculazione edilizia, con un po' di finto bugnato a coprire tanto cemento armato e le impudiche soprelevazioni con le avvolgibili a pochi metri da Palazzo Vecchio. Inoltre, quel che più conta, la virtù di molti sindaci nell'impedi-re la cementificazione delle colline è paragonabile a quella di una ragazza che rimane vergine perché nessuno la vuole. La spinta a edificare, infatti, nasce quando il numero dei residenti aumenta. Le campagne toscane, invece, dagli anni '50 conobbero un fenomeno di segno opposto, con la crisi della mezzadria e l'esodo rurale. Ville e case coloniche, spregiate dagli stessi coloni, la cui massima ambizione era di trasferirsi in città, fino agli anni '70 si vendevano per un tozzo di pane: non c'era molto bisogno di costruirne di nuove, anche se la politica eccessivamente vincolistica della Regione complicava spesso le cose, imponendo vincoli d'uso che rendevano difficile persi-no ristrutturare un fienile. L'ecologismo, nella sinistra toscana, è però un fenomeno di seconda o terza generazione... Il vecchio (non per età, ma per militanza politica nel Pci) assessore della Provincia di Firenze ricordato all'inizio di questo articolo è oggi assessore regionale e si occupa di altri problemi; ma, se dovesse tornare a parlare dello stesso argomento, forse proverebbe un qualche imbarazzo. La virtù degli amministratori pubblici toscani, e in particolare proprio di quei sindaci di cui tesseva il panegirico, è infatti messa in discussione, e non solo dall'opposizione dì centrodestra, ma da alcuni esponenti storici della sinistra, a partire da quell'Alberto Asor Rosa il cui saggio Scrittori e popolo ha rappresentato il livre de chevet di più d'una generazione. Dal convegno svoltosi sabato scorso a Firenze nel teatro dell'Affratellamento (quello in cui, fino a qualche lustro fa, Gassmann teneva i suoi corsi di recitazione) non sono solo usciti alcuni eloquenti giochi di parole, come l'espressione "Toscana infelix" o la locuzione "sviluppo insostenìbile" per indicare il modello di crescita seguito da molte giunte rosse. Sono emerse anche denunzie circostanziate, da parte di uomini che da sempre militano a sinistra ma non se la sentono di avallare lo scempio di piazze storiche a Fucecchio, a Fìesole, a Prato, la vergogna dei 12mila metri cubi per 16 palazzine previsti a Casole Val d'Elsa, su cui indaga la magistratura (che indaga anche a Campi, altro Comune di sinistra), la trasformazione di antichi borghi in resort da parte di una multinazionale, la realizzazione a San Casciano Val di Pesa di un capannone di tre ettari o di un aeroporto turistico ad Ampugnano, in un'altra area dì elevato valore paesaggistico. È emersa anche la proposta di una nuova rete di comitati, quasi un nuovo movimento dei girotondi che questa volta potrebbe contestare la sinistra toscana nei centri nevralgici del suo potere economico e amministrativo. E la risentita risposta del presidente della giunta regionale Martini, che forse si sarebbe aspettato un'opposizione di comodo, costituisce la conferma di un reale disagio. Al di là dell'ipocrisia di chi solo oggi denuncia un certo genere di scempi paesaggistici, gli scandali emersi negli ultimi mesi non costituiscono solo la conseguenza di errori occasionali, ma dì scelte politiche di lunga durata. Tanto per fare un esempio, a favorire gli abusi influisce senz'alto lo strapotere dei sindaci e, in certo qual modo, la "professionalizzazione" di una carica un tempo poco più che onorifica, almeno nei piccoli centri. Sottratti dalle nuove norme statali e regionali ai tradizionali vincoli, con un segretario comunale che da controllore del sindaco è successivamente divenuto un suo controllato, dotati di poteri ampiamente discrezionali, alle prese con cronici problemi di bilancio, i primi cittadini hanno un interesse oggettivo a consentire la cementificazione del territorio. Più case, infatti, vogliono dire non solo più affari per le aziende costruttrici ed eventualmente più occupazione (anche se meno d'un tempo), ma più tasse da riscuotere e, in prospettiva, più residenti. D partito trasversale dell'Ici è senza dubbio complice di molti scempi, insieme al fatto che col numero degli elettori cresce anche la possibilità per gli eletti di aumentarsi onorari e gettoni. A tutto questo si aggiungono un fatto positivo - la crescente attrattiva che i centri minori della Toscana esercitano sugli stranieri, sia come turisti, sia come acquirenti di seconde case - e una tendenza demografi ca di cui non è certo responsabile la sinistra, anche se alcune scelte sbagliate possono averla esasperata: il trasferimento di molti abitanti da centri urbani divenuti sempre più invivibili ai centri minori o addirittura ad abitazioni in campagna. È un fenomeno che già alla fine degli anni '80 qualcuno aveva catalogato sotto la definizione di "rurbanizzazione" e che costituisce sotto più di un profilo la nemesi storica dell'esodo rurale degli anni '80, favorito anche dalle accresciute opportunità di lavoro a distanza concesse dalla telematica. La "rurbanizzazione" non è un fenomeno solo italiano e in sé non sarebbe un fatto negativo, se la cultura amministrativa della sinistra fosse stata in grado di governarla, invece che di utilizzarla ai soli Fini speculativi. Di qui l'assurdo della realtà toscana, in cui il controesodo rurale non solo non decongestiona città come Firenze, abbandonandone anzi il centro storico all'industria del turismo mordi e fuggi o al degrado, ma si traduce in una grande speculazione a spese dei nuovi pendolari, prima invogliati ad acquistare casa nei comuni dell'hinterland poi alle prese con cronici problemi di viabilità e di trasporti pubblici. A tutti questi fattori, di indole economica e in certi casi demografica, che un seguace della Nouvelle Histoire definirebbe «di lunga durata», è giusto però aggiungere un elemento di natura psicologica. Poter decidere dove e come, quando e quanto costruire, poter alterare in certi casi il volto del proprio Comune con brutture che l'amministrazione periferica dei Beni culturali non ha spesso il potere o il coraggio di prevenire, e farlo magari dopo aver vessato onesti cittadini che chiedevano solo di aumentare di qualche metro la cubatura della loro abitazione per ricavarci l'appartamento per il figlio, costituisce uno straordinario beneficio accessorio di chi in Toscana governa - per usare un'espressione imposta dal sinistrese diffuso degli anni '70 - «il territorio». Ed è anche questo uno dei costi della politica: un costo molto più alto delle auto blu (ora in declino, magari sostituite da pingui rimborsi chilometrici delle trasferte), perché non pesa solo sul bilancio di un anno, ma, cancellando il passato, ipoteca soprattutto il futuro.