LA SCIENZA in soccorso dell'arte rupestre più preziosa del Mezzogiorno d'Italia. Quella della Cripta del Peccato originale di Matera, definita senza alcuna esagerazione la Cappella Sistina della pittura parietale rupestre per il valore teologico e artistico del compendio pittorico. Già chiesa del fronteggiante cenobio longobardo- benedettino, la Cripta posta lungo la parete della gravina di Picciano, a 14 chilometri dalla città dei Sassi, rappresenta una delle testimonianze più significative della pittura altomedievale dell'area mediterranea per il suo straordinario ciclo di affreschi, databili all'inizio del IX secolo dopo Cristo, 500 anni prima di Giotto per intendersi. Le straordinarie composizioni figurative rappresentano infatti un unicum per la peculiarità del registro espressivo e per la rara scelta tematica: dal grande pannello della Genesi, autentica Bibbia figurata destinata al popolo dei fedeli, alle splendide triarchie poste nelle tre absidi. Bellezza tanto preziosa quanto vulnerabile per fragilità delle condizioni microclimatiche e squilibri geotecnici e idrogeologici. E così capita che un pericoloso batterio attacchi i magnifici affreschi, mettendone a rischio la sopravvivenza. Ed ecco scendere in campo la scienza, nello specifico il gruppo di ricerca coordinato dal professor Paolo Visca, microbiologo dell'Università Roma Tre. Come gli uomini del Ris o di Csi, ormai a tutti familiari grazie ai serial televisivi, i ricercatori hanno estratto il Dna dai campioni prelevati dagli affreschi per scoprire il killer, il batterio che stava mettendo a repentaglio l'opera d'arte, coprendola di una patina rosa. Hanno utilizzato sofisticate tecniche, fino ad individuarlo e distruggerlo: la Cripta è salva e si offre agli occhi dei visitatori in tutto il suo delicato splendore. Un'infezione batterica era dunque la causa del grave processo di deterioramento degli affreschi: la scoperta dell'équipe guidata da Visca, senza precedenti, è stata resa nota dal prestigioso periodico Environmental Microbiology nel numero attualmente diffuso. Nell'articolo viene dimostrato, con indiscusso rigore scientifico, come l'improvvisa formazione di una evidente patina rosa comparsa nel corso del 2003 sugli affreschi della Cripta fosse dovuta ad una intensa contaminazione dei dipinti rupestri da parte del batterio denominato Rubrobacter radiotolerans, il cui nome (dal latino «batterio rosso capace di tollerare le radiazioni») non lascia dubbi sul suo coinvolgimento nel processo di arrossamento degli affreschi. La scoperta è stata possibile grazie alla collaborazione fra biologi e fisici della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell'Ateneo romano, che hanno combinato le loro competenze in specifici settori: microscopia elettronica a scansione, diagnostica molecolare, ricostruzione filogenetica e spettroscopia Raman. L'indagine ha avuto inizio nel 2001, nell'ambito di un ampio progetto di restauro mirato a consolidare la Cripta del Peccato originale, ridurne l'umidità dovuta all'infiltrazione di acqua dal sovrastante terrapieno, e riportare gli affreschi al loro originario splendore mediante un meticoloso restauro conservativo. «I lavori sono proseguiti senza alcun problema fino al 2003 racconta il professor Visca quando, in seguito ad una estate particolarmente secca, si è registrata, nell'arco di pochi mesi, la comparsa di un'impressionante patina rossastra sui dipinti». I ricercatori sono intervenuti campionando il sito con metodi non invasivi per non danneggiare in alcun modo i dipinti, ed hanno osservato come gli strati superficiali della pittura fossero stati invasi da una rigogliosa patina di batteri di forma ovoidale. Al pari degli investigatori della polizia scientifica, gli specialisti hanno estratto il Dna dai campioni prelevati per leggere in questa molecola il nome del colpevole del processo di arrossamento del dipinto. In tutti i campioni analizzati è stata rilevata la presenza del batterio killer in alte concentrazione rispetto ad altri microbi contaminanti. Ma la prova schiacciante della colpevolezza del microbo è stata ottenuta grazie alla spettroscopia Raman, una tecnica conservativa che permette di identificare e classificare i pigmenti su campioni di dimensioni micrometriche. L'indagine presenta peraltro un importante valore aggiunto: ha permesso infatti di indirizzare gli interventi di restauro verso la bonifica mirata all'eliminazione del pericoloso batterio. «Come avviene in tutte le malattie infettive conclude il professor Visca è indispensabile individuare l'agente biologico responsabile dell'infezione per stabilire una terapia antimicrobica efficace. La nostra indagine dimostra come questo principio trovi piena applicazione anche nel recupero delle opere d'arte che versano in cattivo stato di salute». "Così noi scienziati-detective abbiamo sconfitto il batterio" Intervista a Paolo Visca, lo scienziato che ha sconfitto il batterio «COME avviene in tutte le malattie infettive, è indispensabile individuare l'agente biologico responsabile dell'infezione per stabilire una terapia antimicrobica efficace. L'indagine dei ricercatori dimostra come questo principio trovi applicazione anche nel recupero delle opere d'arte che versano in cattivo stato di salute». Paolo Visca, microbiologo dell'Università Roma Tre, ha coordinato l'équipe che ha salvato gli affreschi della Cripta del Peccato originale, dall'assalto di un pericoloso batterio. Come è avvenuta la scoperta del "killer"? «Intanto va sottolineata l'importanza della stretta collaborazione fra microbiologi, botanici e fisici della facoltà di Scienze del nostro Ateneo, che hanno combinato le loro competenze in settori specifici; questa sinergia ha consentito di individuare, attraverso l'utilizzo di sofisticate tecniche, la causa del processo di biodeterioramento di un'opera d'arte unica nel suo stile. In pratica, i microbi che attaccano i tesori lasciano impronte genetiche e chimiche che rendono possibile la loro identificazione e che indirizzano il restauro mirato». Una scoperta senza precedenti. «Si tratta certamente di una scoperta originale. Sinora si avevano solo evidenze circostanziali del coinvolgimento di alcuni batteri nella formazione delle patine rosa. Con la nostra indagine, per la prima volta si dimostra una relazione causa-effetto fra un'imponente contaminazione da parte di batteri produttori di batterioruberina e la comparsa della patina rosa dovuta alla produzione di questo pigmento sugli affreschi di Matera». Una scoperta che quindi lascia ben sperare nel futuro circa il recupero di opere in cattivo stato di salute. «L'Italia, grazie al suo patrimonio storico-artistico unico al mondo, primeggia in queste ricerche. La nostra scoperta, peraltro, potrà essere applicata a situazioni analoghe di beni artistici esposti a situazioni di biodeterioramento. Infatti, i batteri da noi individuati sono "cosmopoliti" e già segnalati su importanti dipinti murali in vari Paesi europei. Rimane da sperare che queste costose ricerche trovino coordinamento e finanziamenti a livello europeo».
Nella Cappella del peccato caccia al killer degli affreschi
La Cripta del Peccato originale di Matera, una delle opere d'arte più preziose del Mezzogiorno d'Italia, è stata salvata grazie alla scoperta di un batterio responsabile di un processo di biodeterioramento. L'équipe di ricerca guidata dal professor Paolo Visca ha utilizzato tecniche sofisticate per identificare il batterio, denominato Rubrobacter radiotolerans, che ha causato la formazione di una patina rosa sugli affreschi. La scoperta è stata possibile grazie alla collaborazione fra biologi e fisici dell'Università Roma Tre. La patina rosa è stata eliminata grazie a un intervento di restauro mirato, e gli affreschi sono stati restaurati al loro originario splendore.
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