Chissà se Mario Napoli, l'archeologo che scoprì il sepolcro del tuffatore tra il limo del fiume Sele e le mura dell'Acropoli alla fine dei Sessanta, avrebbe mai creduto che Paestum (o Pèsto, come amava chiamarla Cesare Brandi) sarebbe diventata tra le mete principali del turismo italiano e, quindi, mondiale. Intanto, solo dieci anni fa l'intuizione che il turismo archeologico potesse essere una branca, tra le più suscettibili di sviluppo, dell'industria delle vacanze, è diventata una borsa internazionale di specialisti dei tour all'Indiana Jones. Turismo colto o snob finanche, turismo per scolaresche chiassose e distratte? No, turismo divulgativo nel senso pieno, quello dell'area archeologica stretta tra mare e collina. Dove convivono il teatro classico che da quest'anno è arrivato stabilmente da Siracusa e i concerti pop. Ma anche il turismo di chi si consola alla vista più quieta dei paesaggi da vedutisti inglesi con tanto di bufale e pastori arcadici. Opportunità per imprese di qualità che devono imparare a sfruttare l'aura dell'archeologia per mettere a frutto le specificità gastronomiche. Devono mostrare la sapienza dell'accoglienza nelle case d'epoca o nelle masserie riattate della riforma fondiaria. È un target ricco dicono gli esperti, ma anche esigente. Che storce il naso davanti alle bancarelle di Pompei e Paestum, che non può accettare che le mura ciclopiche giacciano tra gli sterpi e che il selciato su cui correvano gli incubi di Freud e le visioni dei viaggiatori del grand tour accolgano le deiezioni di cani e gatti randagi. Eppure parliamo di un marchio tutto campano che comprende anche Pompei, o Ercolano e Stabia, visto che quell'area archeologica visitata da cinque milioni di turisti all'anno suscita emozioni ben oltre la cerchia degli appassionati della materia. A Paestum da dieci anni si fanno affari, si costruiscono itinerari che comprendono le isole del golfo e le mete delle costiere Sorrentina e Amalfitana ma con consistenti puntate nei luoghi d'arte: s'allunga la permanenza media tra i templi e le necropoli. Nove giorni a Paestum e nel Cilento, sette giorni nei Campi Flegrei con Ischia e Procida. I templi, il mare, le suggestioni di un luogo spettacolare dove gli archeologi hanno trovato di tutto. Come le hydre di bronzo dorato ancora ricolme di miele del VI secolo avanti Cristo che Claudio Sestrieri rintracciò in un tempietto a fine anni Cinquanta. Gli incroci di culture e civiltà - di etnie -: lucani, etruschi, greci, da queste parti hanno costruito un'area che non ha niente di meno di Delfi o dell'Acropoli di Atene. Un'area che convive con i l'immondizia, d'accordo, ma che suggerisce percorsi del tempo, come quella dei misteriosissimi etruschi "di frontiera", quelli raccontati da Erodoto, sufficienti a far nascere un nuovo museo (da poco inaugurato a Pontecagnano). Intrecci. L'anno prossimo, nei templi, una stagione del teatro classico antico dopo il successo delle "Trachinie" di Sofocle all'altare di Nettuno di quest'anno. C'è un'intesa, che si ricongiunge alle stagioni di teatro di settanta anni fa, tra l'Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa e le amministrazioni locali. Già, perchè qui si esporta (e importa) cultura. Circa quattrocento lastre, un consistente nucleo della collezione di oltre cento tombe dipinte del museo archeologico nazionale di Paestum, dal 12 ottobre sono in esposizione al Bucerius KunstForum di Amburgo: una mostra che fino al 20 gennaio incanterà la città per poi andare in tour a a Berlino. Ma nel témenos, i percorsi che separano un tempio dall'altro, c'è ancora tanto da scoprire, lo sanno bene i tombaroli. Pochi giorni fa alcune tombe pestane dipinte sono finite nel mirino del ladri di reperti archeologici. La Finanza è intervenuta e sono stati sventati anche danni ai sarcofagi greco-lucani dipinti con gli idilli che magicamente si svilupparono da queste parti. Sono le contraddizioni di una terra che non smette di stupire? L'archeologia è anche spettacolo e stupore. Alla Borsa di Paestum ci saranno per la prima volta gli itinerari della Libia, paese chiuso all'Occidente ma che oggi accetta di mostrarsi agli occhi affascinati dell'Europa. Ma per chi intende avere una testimonianza diretta di come si scopre, ancora oggi, un passato che si credeva perduto, l'occasione è data dalle giornate dedicate agli archeologi come Ehud Netzer dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Gerusalemme. Netzer è una star: ha scoperto la tomba di Erode il grande, Re dei Giudei. Il fascino delle radici ancestrali unisce i popoli - dicono a Paestum - supera le barriere che impongono i fondamentalismi e fa riscoprire nelle comuni vicende un'opportunità di convivenza tra quei brani di storia venuti alla luce nella casa comune dei popoli mediterranei.