Il difetto principale dell'attuale dibattito sui beni dello Stato, e sulla loro (ipotizzata? minacciata? decretata?) vendita, è l'astrazione. I due partiti, i buoni e i cattivi, non sanno di cosa parlano. la società «Patrimonio Spa» (...) dispone indiscriminatamente di beni mobili e immobili, del più diverso valore, alcuni di eccezionale importanza storico-artistica. Contenendo tutto la Patrimonio Spa include siti archeologici come Pompei e gli Uffizi e case cantoniere, oltre a tutti gli edifici costruiti negli ultimi vent'anni come opere pubbliche di varie utilità, dalle scuole ai tribunali Teoricamente, non essendovi alcuna indicazione di diverso rilievo tra un bene e l'altro, tutto può essere venduto. Patte da questa approssimazione, dalla mancata distinzione fra ciò che può e deve essere alienato e ciò che è inalienabile (a cui si tentò vanamente di riparare con un emendamento ispirato da me), la Babele delle lingue, il gioco delle parti, lo scambio dei ruoli nella polemica sulla vendita dei beni di importanza storico-artistica. Qui è il punto del contendere, ma è anche jl punto di massima contraddizione, se è vero che lo stesso governo che ha istituito la Patrimonio Spa, dandole mandato a vendere, per voce dell'attuale ministro per i Beni culturali, dichiara che nulla che abbia un qualche interesse storico-artìstico può essere venduto. E allora? Dovremmo riconoscere che lo Stato trasandato che ha lasciato in abbandono siti archeologici, palazzi, castelli, ville, o che li ha violentati con interventi turpi,.si è condotto meglio di privati che faticosamente e meritoriamente hanno conservato patrimoni, collezioni, parchi, attraverso costanti manutenzioni o istituzione di fondazioni? Penso all'oasi di Ninfa, alla Galleria Doria Pamphilj, a Palazzo Colonna di Roma, alla Fondazione Accorsi, alla Pinacoteca Agnelli al Lingotto a Torino, alle innumerevoli case, ville (penso a quelle della Lucchesia), castelli (penso a quelli del Trentino o del Piemonte), giardini (penso a quello di Valsanzibio o di Villa il Tritone a Sorrento), poi penso alle mostre di Palazzo Grassi (la cui attività sembra dolorosamente esser-si conclusa) o di Palazzo Ruspoli; e mi chiedo: in cosa lo Stato ha mostrato maggior merito e consapevolezza del bene? E allora come posso accettare che un governo liberista, dopo aver fatto una legge generica e confusa, ripari in uno stolido e irragionevole statalismo (non venderemo niente)? Come dire: lo Stato è bene il privato è male. In realtà la vendita di un bene di interesse storico-artistico non comporta alcun danno se esso è «notificato», così come sanno i pro-prietari di beni vincolati che aggiungono alla loro cura, più frequente di quanto non si pensi, la solerzia e l'attenzione desiderata degli organi di tutela, n dibattito sulla proprietà è quindi grottesco se si pensa che lo Stato è molto più severo con il privato che con se stesso, e consente a sé libertà, che vanno da progetti distruttivi a interventi di restauro, al totale abbandono, che non consentirebbe al privato. Lo Stato non vigila su se stesso e può arrivare alla distruzione di un bene, come è avvenuto, clamorosamente, con gli interventi a Piazza Montecitorio e con l'abbattimento del contenitore dell'Ara Pads, Quali garanzie ci può dare uno Stato sciatto, distratto, distruttore? Per capirlo basta andare ad Ascoli Piceno, nel Palazzo del Capitano, un nobilissimo edificio del Cinquecento restaurato come una pizzeria. Dunque molti problemi si risolverebbero, senza drammanzzazione, senza discredito, ma con la notifica contestuale del bene venduto. Non occorrono elenchi, ma controlli. Il bene d'importanza storico-artistica che sia venduto richiede il vincolo per la vigilanza sulla sua conservazione e destinazione. Lo Stato, d'altra parte, non solo trascura i propri beni ma spreca le proprie risorse. In un capitolo di spese per gli acquisti del ministero per i Beni culturali sono contemplati circa 5 milioni di euro per i più grotteschi parti della sensibilità artistica contemporanea, per un museo che non c'è. Lo Stato tarda invece ad acquistare un capolavoro di Lorenzo Monaco e non sembra in alcun modo intenzionato a partecipare ali 'acquisto di quella importante collezione romana di dipinti e arredi del Settecento che verrà posta in vendita il 12 e 13 novembre preso la sede milanese di Sothebys. Proprio in un caso come questo si rivelano la retorica e l'astrazione delle polemiche sulla Patrimonio Spa. Assai opportuno sarebbe vendere alcuni beni immobili sui quali lo Stato non ha progetti né obiettivi e acquistare ciò che potrebbe utilmente arricchire i nostri musei e che rischia di andare irrimediabilmente disperso. La variegata raccolta che andrà all'asta nei prossimi giorni è un omogeneo insieme di vedute romane, di spettacolari porcellane della Manifattura Reale napoletana, di argenti di Luigi Valadier e di altri straordi-nari orafi. Ed è proprio nell'insieme che la collezione, autorevolmente presentata da un grande storico dell'arte come Arvar Gonzalez-Palacios, ha il suo profondo significato: «È la sua stessa caratterizzazione, le scelte che l'hanno portato a formarsi, le opere presenti, a fare di questo nucleo un capitolo molto rappresentativo della storia del collezionismo italiano a partire dalla metà degli anni Cinquanta, quando la raccolta in questione cominciò a prendere corpo». Per ciò che riguarda la pittura del Settecento veneto, proprio un privato, per lungo tempo ostinatamente ostile allo Stato, ha fatto il gesto straordinario di donare circa 300 quadri a Cà Rezzonico: mi riferisco a Egidio Martini. Per ciò che riguarda il Vedutismo romano e le arti applicate, la collezione, che rischia di essere dispersa all'asta, dovrebbe altresì essere acquisita proprio in un bilanciato scambio tra ciò che lo Stato può cedere e ciò che deve acquistare. E' proprio nella distinzione, l'opposto dell'astrazione, che risiede la soluzione all'astratta contrapposizione fra chi vuol vendere tutto e chi non vuol vendere niente, fra statalisti e «privatisti». La contrapposizione non c'è, se c'è il giudizio, il senso dell'opportunità, la capacità di fare quello che è giusto; e di essere nel contempo magnanimi e severi, disponibili è intransigenti. Si attivi dunque lo Stato per conservare, nella sua integrità, la collezione di cui un ponderoso catalogo ci dice la straordinaria importanza. E intanto per evitare ogni rischio, e nella prospettiva, se non di un acquisto, di una conservazione dell'insieme indipendentemente dalla proprietà pubblica o privata, è essenziale che lo Stato si manifesti con un vincolo della collezione, per evitarne la dissoluzione, che corrisponderebbe a una dispersione del suo stesso significato, il singolo oggetto, il singolo quadro, la singola porcellana non hanno lo stesso valore separati dall'armonia virtuosa della raccolta. Esorto dunque il Direttore generale Mario Serio e il Sovrintendente Di Paola, competente per settore, a valutare questa opportunità e a far sentire, nel pieno del dibattito sulla «Patrimonio Spa», la presenza dello Stato di fronte alla perfetta coscienza del valore artistico di un insieme tanto importante. Non dovessero essere ritenuti colpevoli di omissione rispetto a una delle ultime collezioni prestigiose, dopo che il loro collega Trevisani ha vincolato come insieme i dipinti emiliani della Collezione Bizzini. Avrebbe altrimenti ragione Arvar Gonzalez-Palacios a lamentare un danno come quello che ricorda a proposito della collezione dei conti Dona dalle Rose a Venezia, messa all'asta nel 1934. Fra i 1950 numeri in vendita vi era anche «il sublime Tramonto del Giorgione, emigrato sciaguratamente alla National Gallery di Londra e paradossalmente non riprodotto in catalogo». Ciò avvenne perché, con la complicità di grandi storici dell'arte, come Roberto Longhi e Vitale Biodi, si finse di non aver riconosciuto il grande pittore tralasciando di notificare il dipinto. Un omesso controllo dello Stato, oltre al prevedibile omesso acquisto, di una collezione come quella che andrà in vendita il 12 e 13 novembre a Roma, potrebbe un giorno essere motivo di grande rimpianto, come già è accaduto in altre occasioni, e proprio mentre tutti discutono della inalienabilità del patrimonio dello Stato, più a vanvera che a ragion veduta. Siano le mie parole di monito per una più seria riflessione sul nostro patrimonio artistico pubblico e privato.