La tela come metafora della terra in un libro e una personale dellartista a Milano -------------------------------------------------------------------------------- Dal volume di Tullio Pericoli, Paesaggi (Rizzoli, pagg. 176, euro 45), anticipiamo parte dellintroduzione di Volti come paesaggi, paesaggi come volti. Nelle esplorazioni del volto umano di Tullio Pericoli, il ritratto sfuma nel paesaggio, la topografia di un volto si fa traccia biografica, luogo narrativo. Simmetricamente, i paesaggi di Pericoli in mostra a Milano alla Galleria Lorenzelli (dal 15 novembre al 15 gennaio) sono segmenti rivelatori di un volto, colti al rallentatore ora planando alto sulle nuvole, ora immergendosi in un campo coltivato. È «il volto amato della patria», si direbbe con la frase famosa di Ruskin, implicitamente ripresa da Benedetto Croce quando, da ministro della Pubblica istruzione, presentò al Parlamento la prima legge italiana "per la tutela delle bellezze naturali". Il paesaggio italiano è altamente storicizzato; e lo è in massimo grado quello delle Marche, dove lo sguardo di Pericoli si muove come a casa: ogni veduta è un microcosmo che riproduce lidentico Dna e lo moltiplica allinfinito. Colline, valli, pianure possono essere esplorati come i dettagli del volto di un amico in posa. Questi Paesaggi di Pericoli paiono Parti senza un tutto (questo il titolo di altra sua mostra), ma rimandano a una percezione totale degli orizzonti marchigiani, che dallocchio dellautore filtra a quello dellosservatore, e la segmentano per tipologie, attirando lattenzione sul gesto pittorico che trasferisce sulla tela fioriture e schiarite, nuvole e colline. Cerchiamo perciò in un quadro lorizzonte dellaltro, vi leggiamo il sovrapporsi di strati e orizzonti. Manca, sempre, ogni figura umana: scomparsa è la folla di chi ha generato e modificato la stratificazione di coltivazioni e di fatiche che fa la storia di quella terra; restiamo noi a guardarla, soli col pittore. Di ognuno di questi paesaggi risalta però intatta lindividualità: con le parole di Calvino, possiamo anche immergerci nel dettaglio, «crogiolarci rivoltandoci su noi stessi (...), nasconderci tra filamenti color turchese», ma queste sensazioni sono «dovute soltanto a che cosa?, sono dovute a una specie di pulsazione generale». Proprio come il codice genetico è contenuto intero in ogni cellula, così ognuno di questi paesaggi restituisce come in spaccato una meditazione pittorica sul "volto amato della patria". Nella sua sperimentale esplorazione analitica e lirica, Pericoli si muove tra due "generi" rappresentativi, cartografia e paesaggio. La prima è per sua natura astratta, geometrica e convenzionale, tradotta in segni e colori stereotipi; il secondo aspira alla somiglianza al vero, al naturalismo descrittivo, e come tale può assumere valenze narrative. La cartografia vuol essere obiettiva, il paesaggio dipinto è soggettivo, mobile, non-convenzionale. In questi suoi paesaggi altamente soggettivizzati, Pericoli sembra inseguire nuove convenzioni rappresentative, di segno e matrice quasi cartografica eppure di marcata intensità lirica. Il paesaggio delle sue Marche, scomposto e ricomposto come in un inventario o in un diario, si traduce in una serie di mirabili "vignette", mappatura intuitiva ed emozionale delle tracce delluomo sulla terra: declivi ora dolci ora scoscesi, frazionati in pezzature che raccontano storie di coltivatori; solchi recenti e antichi, o confini poderali, articolano la tela, suggeriscono uno spazio abitato da un ordine antico, dove ogni orma lungamente permane; e lo fanno con un vocabolario di colori fortemente materici, di delicate incisioni che li attraversano come solchi, di simmetrie accennate e negate. Si sovrappongono lapproccio geografico-mappale e quello storico-narrativo, e perfino (auto) biografico: le stesse geometrie raccontano stratificazioni di tempi, di coltivazioni, di momenti, di persone, di terre. Alludono a una grammatica del vivere, a un modo dintendere il paesaggio che fu il riflesso di quegli uomini e del loro costruire una società, una cultura. Se Pericoli raggiunge tanta intensità discorsiva e lirica, è anche in grazia di una speciale manualità artigianale, che sincarna in materia pastosa e scabra, in rapporti di colore tenui, talvolta sferzati da impreviste fioriture. Come per tacita convenzione con losservatore, il segno e il gesto del pittore ripercorrono sulla tela la storia del sito rappresentato. Ogni paesaggio racconta il suo farsi (in quanto dipinto), e con questo artifizio sommamente pittorico impone allosservatore non solo il tema ma le sue modalità rappresentative. La tela è lequivalente metaforico e concettuale della terra, il colore e le incisioni che percorrono la tela "equivalgono" alla presenza umana per valli e colline, il gesto del pittore ripete quello dellagricoltore. Griglie e quadrettature dei campi corrispondono a quelle di un foglio da disegnatore, graffi sulla tela ricalcano increspature e solchi del terreno, stratificazioni di colore richiamano strati geologici o archeologici. Come nei bonseki, "giardini da tavolo" della tradizione Zen, o nei "giardini in miniatura" cinesi, la virtù della concisione è la prima regola del gioco, il "mondo in piccolo" insegna a vedere il mondo "in grande". Queste tele nascono in spola tra colore e disegno. Su una densa, pastosa trama di colore a olio Pericoli interviene con la matita, tracciandovi asciutti, inquieti ritocchi: la punta della matita incide sullimpasto fortemente materico, vi scava un solco che solleva il colore sui bordi, dà spessore al dipinto e ne fa vibrare la superficie. Accanto alle matite (memoria dei suoi inizi di disegnatore) e ai pennelli da pittore, si allineano pennelli dacciaio da tornitore, punte per acquaforte o per linoleum, ma anche spazzolini da denti: panoplia che riproduce e sintetizza la biografia del pittore. Muovendosi sul crinale tra naturalismo e astrazione, queste tele invitano al tatto, ma anche chiamano losservatore a intensificare la percezione, estraendo dalla composizione apparentemente astratta una lettura naturalistica, ma anche storica e archeologica. Le vedute marchigiane di Tullio Pericoli sono la reinvenzione lirica di un paesaggio segnato dalla fatica, ma anche dalle incurie delluomo; di un territorio fortemente antropizzato, che vede coesistere i segni di una civiltà millenaria con i sintomi della fine di quel mondo. Il processo di frammentazione e di astrattizzazione a cui Pericoli sottomette il volto amato della patria fa di questa serie di tele un paysage moralisé, «deposito di secolari esperienze artistiche, inventive, culturali, fatto sociale e infine politico» (così Alessandro Tosi). I paesaggi di Pericoli hanno per questo una valenza non solo estetica e contemplativa, ma discorsiva ed etica: ci ricordano chi siamo e chi siamo stati, ci invitano a riflettere su chi vogliamo essere. Perché, come diceva George Orwell, "ognuno ha la faccia che si merita"; ma è altrettanto vero (non dimentichiamolo) che ognuno ha il paesaggio che si merita.