Apparentemente no. Tutti i parametri di valutazione indurrebbero a ritenere anacronistica la questione della riconoscibilità di un linguaggio nazionale. Innanzitutto c'è da prendere atto che il ciclo edilizio è invaso da prodotti industrializzati senza dogane. D'altronde, l'idea stessa di modernità è stata divulgata nel Novecento come stile internazionale, come maniera di costruire senza radici per definizione. A ciò si aggiunga la consapevolezza critica dell'impossibilità di rinchiudere negli angusti confini di una regione il carattere autoctono di qual si voglia manifestazione culturale. Come ricorda acutamente Zygmunt Bauman nella Intervista sull'identità (pubblicato da Laterza nel 2003): «Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua democrazia è greca. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero». Nonostante tutto, però, la valorizzazione della cultura italiana del costruire resta un tema nodale, al pari dell'incentivazione di una qualificata produzione nazionale in altri campi quali il cinema, la letteratura e le altre arti nella più ampia accezione. Per quanto possa apparire paradossale è proprio la globalizzazione a esaltare per antitesi il valore delle tradizioni locali. A meno di non voler confondere la libera circolazione delle merci e delle idee con l'omologazione delle molte civiltà al pattume del pensiero unico. Non resta, dunque, che accettare la dialettica tra globale e locale come un'avvincente partita a scacchi per le menti creative. Su questo tema discuteranno oggi a Palazzo Reale Pio Baldi, Nicola Pagliara, Aldo Loris Rossi, Massimo Pica Ciamarra e Salvatore Bisogni nell'ambito gli incontri promossi dagli «Annali dell'Architettura». Il dialogo sarà introdotto da un filmato concepito da Franco Purini, che ripercorre la vicenda dell'architettura italiana degli ultimi 50 anni attraverso le teorie, le opere e le biografie dei protagonisti dell'avvincente avventura ideativa. In estrema sintesi, la dialettica può biforcarsi in due lemmi: da un lato il rispetto per la storia dei luoghi, dall'altro la necessità di una committenza più attenta alla qualità della nuova architettura. Se è vero che l'Italia detiene il primato mondiale nel campo dei beni culturali storici, resta altresì innegabile che nella seconda metà del '900 il paesaggio del Bel Paese è stato deturpato da un abnorme quantità di edilizia spazzatura. Solo rare eccezioni di architetture degne di questo nome hanno contrastato tale devastazione. La committenza - sia pubblica, che privata - può rivelarsi un fattore decisivo per una sapiente mutazione dello scenario e rappresentare la mossa del cavallo per vincere la partita a scacchi per lo sviluppo sostenibile. Nel luglio del 2004, il consiglio dei ministri approvò un disegno di Legge per l'architettura, su proposta di Giuliano Urbani, che si riallacciò dichiaratamente ad un precedente progetto di Giovanna Melandri. Tale disegno - a lungo discusso, ma purtroppo mai varato - resta (se non altro) un segnale di convergenza tra pensieri di diverso orientamento ideologico nel nome del superiore interesse collettivo. La legge per l'architettura aspirava infatti a definire le regole per stanziare risorse pubbliche atte ad incrementare lo straordinario patrimonio ereditato dalla storia con nuove costruzioni di alta qualità, emule delle antiche armonie. Non è mai troppo tardi per ritornare a discuterne.