Un campo sorvolato da un elicottero del Corpo forestale. Al primo giro non c'è niente: normale, se l'area è classificata come agricola. Alla seconda ricognizione gli uomini a bordo notano le prime recinzioni; al terzo volo qualche albero, giusto per fare ombra a una roulotte. Che poserà poi su una piccola piattaforma in cemento e avrà bisogno degli allacci per la corrente elettrica e per l'acqua potabile. È un processo spalmato nel tempo, ma è anche così «che si arriva alle aree urbanizzate non autorizzate», spiega il comandante regionale della Forestale, Giuseppe Delogu. In termini tecnici si chiamano "lottizzazioni cartolarie". Fanno parte della grande famiglia degli abusi edilizi, per essere più chiari. In Sardegna sono un male endemico, alimentato negli ultimi dieci o quindici anni dall'attesa dei condoni; poi affrontato con sempre maggiore attenzione; e, ancora, contrastato dal Piano paesaggistico regionale. Fuori dalle polemiche politiche, quel piano funziona. Certo, impone dei vincoli, ma «hanno costituito e costituiscono un freno». Quello che conta, dice Delogu, è la filosofia della legge: tutta indirizzata alla conservazione del territorio. Le lottizzazioni cartolarie, in pratica, sono iniziative private che scavalcano le documentazioni e le autorizzazioni necessarie. Neanche così rare, se è vero «che abbiamo denunciato diversi casi». Allora cominciamo a sfatare il primo "mito": l'abusivismo in Sardegna non investe solo le zone costiere. Riguarda Alghero, il territorio di Bosa, tutta la costa orientale da Muravera a Olbia, il Sulcis ma anche l'interno del Cagliaritano per arrivare ad Aritzo, in piena Barbagia. Sono solo un esempio, buono per allargare la casistica del fenomeno. Probabilmente, proprio per la tempi, sono gli abusi meno visibili. Eppure il lavoro degli uomini del Corpo forestale fa i conti anche con questo: un lavoro basato sull'osservazione quotidiana, sul confronto fra i documenti che certificano la destinazione d'uso dell'area e le eventuali autorizzazioni successive. Certo, dice Delogu, «le zone costiere sono le aree più interessate»: ma i patiti dell'edilizia fai da te non mancano neppure all'interno. Parlano i numeri: da gennaio a fine agosto «il quadro delle attività investigative conta 250 comunicazioni di reato in materia urbanistica e 404 persone indagate». Senza contare gli ultimissimi risultati a Chia e a Teulada, arrivati nelle prime settimane di settembre: «Sono dati importanti: testimoniano l'attività consistente del Corpo e l'impegno prioritario nel controllo delle trasformazioni sul territorio e quindi del paesaggio». Ci sono le violazioni di piccola entità, date da «difformità rispetto alle autorizzazioni», ma anche gli edifici che dovrebbero essere semplici locali per gli attrezzi agricoli che magicamente «si trasformano in villette»: è successo a Orosei, a Siniscola e nell'Iglesiente. Non sono numeri da niente, se si considera che da maggio e per tutto il periodo estivo gli stessi uomini sono impegnati nella prevenzione e nella lotta agli incendi. Delogu non si nasconde: «L'abusivismo edilizio è un fenomeno diffuso, che va ben oltre i numeri che possiamo mettere in campo. Ma l'impegno c'è tutto», nonostante le difficoltà che incontra «una struttura che in questo campo lavora praticamente da sola» e le «collaborazioni, anche con le istituzioni, che non sono sempre facili: talvolta gli indagati sono responsabili degli uffici tecnici dei Comuni». Per capire la crescita - del fenomeno e del lavoro di contrasto - basta il confronto con quanto succedeva una decina di anni fa, quando «i casi scoperti erano dieci, quindici in un anno». Poi si è attraversato il periodo «della sistematica promessa dei condoni», in attesa dei quali si costruiva «non aspettando le autorizzazioni ma con l'obiettivo dell'abbuono complessivo». E, di conseguenza, l'attenzione del Corpo. L'obiettivo - e il percorso è già a buon punto - è la «creazione di un gruppo specializzato che possa dedicarsi a tempo pieno a questo settore, in collaborazione con l'assessorato all'Urbanistica e l'Ufficio tutela del paesaggio». Dall'attesa dei condoni al Piano paesaggistico, la virata della politica regionale è stata netta. Anche in questo caso con differenze notevoli fra il prima e il dopo: «Uno o due giorni prima dell'entrata in vigore del Ppr, i Comuni rilasciarono una grande quantità di autorizzazioni: un meccanismo drogato, tutto giocato sui minuti, per permettere la realizzazione di interventi che i nuovi vincoli avrebbero impedito». Eppure quel piano funziona. Non solo perché i vincoli, nonostante i numeri allarmanti, «hanno costituito un freno» all'abusivismo selvaggio. E non solo perché «per la prima volta definisce regole generali in modo organico e sistematico, dopo il decreto Galasso del 1985 che prevedeva 15 anni per l'approvazione dei piani costieri». A funzionare, Delogu ne è convinto, è l'idea di fondo: ci sono i vincoli, ma l'obiettivo è «la protezione del territorio e delle sue attitudini, quindi delle differenziazioni». Serve capire che «la valorizzazione dei luoghi deve passare dal loro mantenimento» e non per forza «dal mattone che la fa da padrone». Delogu tiene a mente la lezione di Pier Virgilio Arrigoni, uno fra i maggiori esperti di Flora in Sardegna, suo docente universitario a Firenze: «Il turismo valorizza i luoghi belli, l'edilizia li distrugge». Il lavoro si basa su questo insegnamento ma anche e soprattutto sulla pratica quotidiana: se le fotogrammetrie dagli aerei sono ripetute nel tempo, dalle stazioni locali i pattugliamenti via terra sono quotidiani. Accertato che la violazione costituisca un reato penale, «il passaggio successivo è la comunicazione alla magistratura, accompagnata dalla documentazione necessaria: dai reperti fotografici alle autorizzazioni di partenza e fino alle successive integrazioni». Da qui in poi il lavoro del Corpo forestale non è più diretto ma neanche concluso. Frenato, comunque, dalla lentezza nei procedimenti in tribunale: fra rinvii a giudizio e ricorsi in appello spesso la sentenza definitiva arriva dopo anni: è il caso, a esempio, del villaggio turistico di Corrumanciu a Porto Pino, nel comune di Sant'Anna Arresi. La segnalazione era arrivata tre anni fa grazie alle associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico. La sentenza - condanna a dieci mesi di reclusione e 20mila euro di multa, demolizione e ripristino dello stato dei luoghi per il costruttore e il direttore della società immobiliare che avevano seguito i lavori - è arrivata appena qualche giorno fa. Proprio la parte sul ripristino ambientale dovrebbe essere l'ultimo passaggio: «Ma guardiamo a cosa è successo nell'unico caso di demolizione coatta in Sardegna, l'abbattimento dell'albergo "Baia delle ginestre" a Teulada». Nel 2001, dopo una battaglia giudiziaria iniziata nel 1989, furono le ruspe dell'Esercito a buttare giù l'ecomostro: oggi, dopo sei anni, «quello che resta è ancora un cumulo di macerie». Una beffa: «Ecco perché serve un maggiore collaborazione anche da parte delle amministrazioni locali».