Il temuto accorpamento delle soprintendenze archeologiche sarde di Cagliari e Oristano e di Sassari e Nuoro è stato firmato, con un provvedimento che desta forte preoccupazione, dal Consiglio dei Ministri del 30 ottobre scorso. La tutela su un territorio di straordinaria ricchezza documentale, per la quale è nota l'inadeguatezza quantitativa del personale, delle sedi e dei mezzi comprese le macchine di servizio per andare 'sul campo' - viene ad essere indebolita. A nulla è valso l'appello, apparso su questo giornale nel luglio scorso, di decine di funzionari, né la denuncia negli stessi giorni apparsa sul 'Manifesto sardo' e infine, nel loro recente documento sul 'Regolamento', di autorevoli associazioni (Associazione Italiana Biblioteche, Associazione "Ranuccio Bianchi Bandinelli", Assotecnici, Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche e la Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici) che criticano con decisione l'accorpamento delle soprintendenze archeologiche sarde e rilevano, peraltro, come la politica della riduzione delle sedi operative colpisca il sistema tutela del patrimonio archeologico, ma non quello del patrimonio storico- artistico e architettonico. N ei fatti si chiude il ciclo storico che, dopo la nascita del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali dalle costole di quello della Pubblica Istruzione, aveva consegnato alla Sardegna due Uffici di Tutela, con archeologi formatisi in grandi e diverse scuole sarde e nazionali che hanno tenuto il passo, con notevoli sacrifici, di un patrimonio che la crescente formazione culturale, il forte progredire delle ricerche, i mutamenti dell'uso del territorio e la nuova dimensione del mercato clandestino rendevano sempre meno controllabile con organici e i bilanci così scarsi. Uffici che, anche se a volte si sono posti autoritariamente sul territorio, con un- 'ansia di controllo talora eccessiva ed impropria, hanno tenuto il fronte della tutela e della ricerca grazie alla indubbia competenza e sacrificio; grazie anche ad un crescente precariato di archeologi giovani e non più giovani, mossi dalla passione per una professione molto speciale e ancora non riconosciuta. In ogni caso presidio irrinunciabile di un- 'archeologia senza eguali. Non sappiamo se questa misura sarà funzionale, o addirittura voluta, al passaggio di competenze da Stato a Regione del quale si riprende a discutere da due anni. Né in questa occasione vogliamo entrare su questo tema e questo obiettivo, quanto piuttosto dire che anche chi persegue questo fine dovrebbe preoccuparsi del rischio di ricevere immolato sull'altare delle logiche economicistiche - un patrimonio indebolito da un 'vuoto' di tutela come quello che potrebbe esserci. Le forze sensibili al patrimonio archeologico sardo devono quindi pretendere chiarezza immediata sulla natura di questo accorpamento, sulle conseguenze operative e per i lavoratori. Se nell'azione del Ministero vi sono importanti miglioramenti rispetto al disastro operato dal governo di centro- destra, alcune linee si rifanno negativamente ad una mentalità aziendalistica con prevalenza estetizzante, ad un indebolimento qualitativo dei quadri dirigenti, alla mortificazione delle professionalità esistenti, e mostrano una grande difficoltà a cogliere la reticolarità del patrimonio archeologico sardo e nazionale. La risposta migliore, anche da parte della Regione Sarda, sarebbe un immediato potenziamento delle strategie di tutela e la richiesta di precise garanzie e misure affinché tutta la rete del patrimonio archeologico sardo non vada allo sbaraglio. Docente di beni culturali e ambientali Accademia Belle Arti di Sassari