Un libro raccoglie le registrazioni radiofoniche del grande critico Brandiva il romanesco come una delle tante maschere cui ricorreva per sbeffeggiare amici e nemici. Venne querelato dalla Fallaci e litigò con Sgarbi ROMA -------------------------------------------------------------------------------- alla morte di Federico Zeri sono passati più di nove anni e le sue battaglie sono quasi dimenticate perché nessuno è stato in grado di prendere il suo posto. Ancor oggi non pare esserci un personaggio con il suo glamour mediatico e culturale, in grado di mettere in riga con poche ironiche parole un ministro o un sottosegretario, di rendere obbligatori interventi per la salvaguardia del nostro patrimonio artistico. Chiese, palazzi, scavi archeologici sono stati per anni vigilati dallocchio di Federico Zeri, locchio di un raffinato conoscitore in grado di inserire nel contesto della storia dellarte ogni singolo pezzo, dal dipinto agli arredi. Le antichità risentono gravemente della sua mancanza, soprattutto in questi giorni in cui il dibattito del nostro paese sembra proteso esclusivamente verso il contemporaneo e ci si dimentica del pregio dei nostri beni e della loro capacità di attrazione. Si fa un gran discutere del milione di visitatori prodotti dal Guggenheim di Bilbao, ottenuti investendo centinaia di milioni di euro, e ci si dimentica del milione e mezzo della Galleria degli Uffizi, su cui il nostro paese non investe che poche migliaia di euro tanto che dopo un ventennio non è ancora cominciata la costruzione della nuova uscita di Arata Isozaki, progetto ormai invecchiato e probabilmente inutile. È questa lItalia che faceva gridare allo scandalo Federico Zeri, lItalia della «monnezza» come diceva in romanesco con ironia e sarcasmo, fin dal primo mattino quando brandendo un tagliacarte come una sciabola palpeggiava il pacco delle lettere e gettava unocchiata carica dangoscia ai francobolli, che collezionava. Quasi sempre sparava una sentenza al vetriolo: «Che schifezza, ma come so diventati brutti i francobolli italiani, monnezza». Luso costante del dialetto per questuomo coltissimo, raffinato, che parlava perfettamente linglese come il latino o il greco, altro non era che una maschera, una delle tante a cui ricorreva per deridere e sbeffeggiare gli amici e i nemici, per far capire agli altri, ma spesso senza riuscirci, linconsistenza e il cattivo gusto del mondo che ci circonda, lavanzare della «monnezza» contro cui si era gettato con molta ingenuità dallinizio degli anni Novanta, il periodo in cui lo studioso, il detective dellarte, socialista da sempre, dopo essere stato espulso dallAssemblea nazionale del Psi, si era candidato, senza successo nella "Lista referendaria" di Massimo Severo Giannini. E nello stesso periodo non esitò a scrivere un libro a quattro mani con Roberto DAgostino intitolato Sbucciando i piselli, ovviamente suscitando sorpresa e incredulità tra storici e critici e una querela di Oriana Fallaci. Era quello anche il tempo dello scontro con Vittorio Sgarbi, che durante una puntata del Maurizio Costanzo Show gli augurò la morte. Fu una triste polemica che tenne banco sulle prime pagine dei giornali, ben poca cosa per Zeri abituato a scontri durissimi. Il più clamoroso fu quello con la Fondazione Getty da cui uscì sbattendo la porta ma senza rinnegare lamicizia con Jean Paul Getty, il multimiliardario di cui fu a lungo consulente, ricordato con grande affetto anche nellautobiografia di Zeri, Confesso che ho sbagliato. I due si conobbero nel 1963 e fu quella forse letà delloro di Federico Zeri, quando frequentava Greta Garbo, il conte Cini, consigliava Amedeo Lia (e dagli acquisti è nato il museo che il collezionista ha donato alla città di La Spezia), ed era di casa nel castello di Sutton Place, di proprietà di Getty, dove, secondo la tradizione, come raccontava lo studioso italiano, «Anna Bolena aveva cornificato Enrico VIII». Era questo laltro Zeri, laltro volto dello studioso che non aveva epigoni al mondo, lo sfondo ideale di un volume che Longanesi ha appena inviato in libreria e che ha per titolo Abecedario pittorico (pagg. 296, euro 25). Non è un libro di Federico Zeri ma da Federico Zeri: quarantaquattro registrazioni radiofoniche su altrettanti artisti - da Giotto a Watteau - che lo storico realizzò con il regista Marco Dolcetta, andate regolarmente in onda, sono state ora sbobinate, trascritte, riviste e quindi pubblicate. Non sappiamo se questo fosse il volere di Zeri, non sappiamo se questa fosse la forma da lui prescelta. Lunica rassicurazione arriva dal curatore, il giornalista Marco Carminati: «Ho potuto ascoltare, frequentare e leggere il professore abbastanza a lungo per essere ragionevolmente certo di non averlo tradito». Sicuramente è vero per molti aspetti anche se la presentazione delle opere e degli artisti a volte appare di una semplicità disarmante. E manca qualsiasi iperbole linguistica che fu una delle sue grandi caratteristiche. «LItalia ha bisogno di un ventennio di dittatura stalinista, allora le cose torneranno a posto», ripeteva spesso tra il serio e il faceto, lui che era un grande amante della libertà, ma spiazzando completamente i suoi interlocutori. È lo spiazzamento che manca a questo Abecedario pittorico, un viaggio spesso scontato tra 44 capolavori darte ma senza voglia di combattere. Un Federico Zeri senza sciabola. SEGUE A PAGINA 5