Monsignor Buzzi: questi muri sono un baluardo per difendere la cultura Monsignor Franco Buzzi è il nuovo prefetto della Biblioteca Ambrosiana. Succede a Gianfranco Ravasi, che un quindicennio fa lo accolse nel collegio dei dottori della celebre istituzione, fondata nel 1609 dal cardinale Federico Bor-romeo. Sacerdote dal 1972, già direttore dell'Accademia di San Carlo, docente al seminario di Saronno, quindi alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Buzzi insegna anche ali' Università Gregoriana di Roma. Germanista si è specializzato a Monaco di Baviera sull'idealismo tedesco con Reinhard Lauthè nato a Lurate Caccivio (provincia di Comò, ma diocesi di Milano) nel 1948 e, tra l'altro, è stato per un decennio aiuto parroco a Santa Maria Segreta. Ha appena assunto il nuovo incarico, anche se deve ancora sistemare il suo studio e soprattutto alcune pile paurose di libri. Ma monsignor Buzzi è uomo che non teme la fatica e mentre ci congratuliamo con lui ricorda che quelle mura sono un baluardo per difendere gli studi e la cultura. O meglio, data l'aria che tira fuori, assomigliano a un granaio dove si conservano provviste contro l'inverno dello spirito, per dirla con Marguerite Yourcenar. Che cosa significa essere oggi il prefetto di questa biblioteca? «Vuoi dire inserirsi nello spirito di un'istituzione che ha quattro secoli di storia. Oggi l'impegno per la cultura è indispensabile per capire il mondo, oltre che per diffondere il messaggio evangelico». Che programma ha monsignor Buzzi? «Valorizzare al massimo il patrimonio sul quale si fonda l'Ambrosiana e gli uomini che lo custodiscono». Intende il collegio dei dottori che qui vivono e lavorano? «Sì. Ai cinque già in carica il viceprefetto Pier Francesco Fu-magalli, Marco Navoni, Marco Ballarmi, Mario Panizza e me se ne aggiungeranno altri tre, dei quali Francesco Braschi, già presente, specialista in patrologia. Ogni dottore verrà responsabilizzato all'interno delle accademie presenti in Ambrosiana, che a loro volta si amplieranno. Sto pensando anche a figure laiche con incarichi specifici». Una piccola rivoluzione... «No, no... applico semplicemente il motto di Federico Borromeo "singuli singula", ovvero: "ognuno si dedichi a una sola disciplina". E poi nascerà un'Accademia Orientale con varie sezioni e penso anche a un'Accademia delle Lettere». Cosa potrà fare concretamente l'Ambrosiana per Milano? «Aprirsi lo farò con l'aiuto di monsignor Luigi Testore, presidente della Congregazione dei Conservatori alle istituzioni. Vorrei ricordare agli studiosi che questa è anche la loro casa, inoltre desidero offrire al mondo della ricerca nuove opportunità e possibilità» Monsignore, ha un sogno nel cassetto? «E chi non ce l'ha? A me piacerebbe far diventare l'Ambrosiana, che già agisce in questa ottica, un punto di riferimento che interagisca con tutte le altre realtà culturali della città, soprattutto che si trasformi nel baricentro delle ricerche universitarie». Cosa intende? «Abbiamo, per prima cosa, in mente la costituzione all'interno della biblioteca di un'Alta Scuola di Studi di filologia italiana, strutturata in corsi che analizzeranno sistematicamente la storia del libro, dei manoscritti e delle biblioteche» Cosa chiede a Milano? «Più attenzione a questa istituzione, in modo da farla rivivere attraverso manifestazioni e pubblicazioni, comprese le opportunità offerte dalla rete. Certo, alcuni hanno già fatto molto, ma c'è ancora tanto da fare: tra essi vorrei ricordare la Fondazione Cariplo e la Microsoft Corporation. Né posso dimenticare figure che hanno grandi meriti per il rinnovamento di questa istituzione, come Roberto Mazzotta che iniziò i lavori di restauro, Giuseppe Guzzetti e Giovanni Bazoli, sempre vicini e attenti alle esigenze, nonché Umberto Paolucci per l'informatiz-zazione di biblioteca e pinacoteca. E cosa offre? «L'Ambrosiana sarà uno spazio aperto nella città per tutti coloro che credono alla funzione della cultura. Si potranno organizzare più mostre, più esposizioni, più conferenze, più presentazioni di libri (che siano però degni di questo nome)». Comprendiamo dal colloquio che l'Ambrosiana è il cuore di Milano e che Milano si è sempre ritrovata all'Ambrosiana. Del resto, qui lavorarono alle loro opere Parini, Porta, Ma'nzoni; qui Charles Burney diede avvio alla prima storia della musica e qui Stendhal e Flaubert si emozionarono vedendo il grande cartone di Raffael-lo per la Scuola di Atene. E che dire di D'Annunzio? Amico del prefetto di allora, Giovanni Galbiati, visitò l'Ambrosiana a porte chiuse e si inginocchiò dinanzi ai capelli di Lucrezia Bor-gia (ne è conservata una ciocca), anzi addirittura ebbe il permesso di prelevarne uno; poi volle toccare anche un libro rilegato in pelle umana. Ancora: qui Alfieri ebbe tra le mani il Virgilio che fu di Petrarca e Foscolo studiò i codici di Catullo. Carducci, invece, entrò nella sala di lettura per parlare con Antonio Ceriani, il massimo paleografo di allora, e vedendolo immerso nel lavoro non osò disturbare. Attese un'ora prima di avvisarlo con un'occhiata della sua presenza.