Tra le tante novità-enormità del decretale e della legge finanziaria, quella del silenzio assenso dei soprintendenti alla vendita di immobili dello stato entro 120 giorni appare come un'ipocrisia legislativa. Supponiamo che il ministro dell'economia voglia vendere un bene dello stato e ne chieda l'assenso al ministero dei beni culturali; ci vuole poco a capire che passerà qualche giorno prima che la domanda di Tremonti arrivi sul tavolo del soprintendente cui compete l'assenso. In qualche caso, i soprintendenti che devono giudicare il caso sono più d'uno e i tempi si raddoppiano. Se il bene di proprietà dello stato è ben noto, è stato studiato, magari anche catalogato, il giudizio del soprintendente è facile e può essere anche abbastanza rapido: non immediato, sia chiaro, perché la raccolta della documentazione, che si aggiunge al normale carico di lavoro del personale di cui si pratica il blocco da anni prende inevitabilmente del tempo. Se il bene non è stato studiato, non ne è stato fatto un rilievo, non se ne conosce la storia, allora 120 giorni non sono lontanamente sufficienti. Quanto meno un bene è noto, tanto più è vendibile: paradossalmente, al ministro dell'economia converrebbe scoraggiare ogni spesa pubblica per la ricerca e lo studio dei beni culturali, la cui ignoranza ne potenzia la vendibilità. Tra l'altro, il soprintendente non passerebbe soltanto un giudizio sulla qualità del bene da vendere, ma dovrebbe inevitabilmente interessarsi a chi sia il futuro compratore e quale sia fuso che del bene il compratore farà: se il bene ha un valore di mercato, è perché il suo valore culturale può essere trasformato, alterato, cancellato. Tanto per fare un esempio, non c'è difficoltà concettuale a trasformare un castello in un albergo: ma per farlo non è necessario vendere il castello, mentre il mantenimento della proprietà consente controlli in continuo che una vendita impedirebbe, Questo ragionamento non può essere negato, sostenendo che il soprintendente, per prudenza, potrà sempre rifiutare il proprio assenso, se non conosce sufficientemente il bene: non è così, perché nel nostro ordinamento giuridico se fa senso è negato, dovrà essere motivato, altrimenti Tremonti potrà sempre ricorrere a qualche autorità che gli concederà un visto automatico di vendita. Questa storia ha due morali. La prima è che per il ministro dell'economia, un bene culturale è sempre un bene commerciale, salvo eccezioni. Si tratta di una novità, per l'Italia, che ha sempre conservato i beni per la propria popolazione e in generale per tutto il pianeta. Tremonti non dovrà spiegare soltanto agli italiani, ma a tutto il mondo, perché un bene culturale è stato assegnato in proprietà ad un compratore che non ha alcuna responsabilità di fronte a tutto il pianeta e alle future generazioni. E' vero che la proprietà non è la stessa cosa della tutela, e questa può essere assicurata anche se il bene è privato come mostrano le dimore storielle, gli enti ecclesiastici, e tanti beni in mano alle famiglie ma la proprietà dello stato è una assicurazione che i beni culturali non sono sempre mercé. La seconda morale è che l'ultima difesa della proprietà pubblica quella che ha una funzione sociale perfino superiore alla proprietà privata è affidata al motuproprio del soprintendente che, a differenza di un magistrato, non è separato dal potere esecutivo, e dunque è sempre influenzabile da questo potere. Nei decenni scorsi ci siamo spesso lamentati del potere assoluto di cui godevano i soprintendenti, perché tale potere ne giustificava ogni scelta; ma quel potere nasceva da una precisa scelta politica, che era appunto quella di garantire indipendenza del giudizio del funzionario delle belle arti dal potere politico. Ciò che sta accadendo, è la riduzione drastica di quel potere, a favore dell'egoismo e dell'anarchia del mercato. In fondo, la tendenza del governo (o di una sua fazione) a fare della giurisdizione un'arma del ministero della giustizia è simile a quella che umilia il giudizio dei soprintendenti.
Beni culturali vendesi. In silenzio
Il decretale e la legge finanziaria hanno introdotto un'ipocrisia legislativa, che prevede il silenzio assenso dei soprintendenti alla vendita di immobili dello stato entro 120 giorni. Questo significa che il ministro dell'economia può vendere un bene dello stato senza il consenso del ministero dei beni culturali, il che potrebbe portare a una perdita di valori culturali. I soprintendenti potrebbero rifiutare l'assenso se non conoscono sufficientemente il bene, ma questo non è garantito.
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