Procida: braccio di ferro tra Comune, Soprintendenza e Demanio per il recupero dellantico edificio descritto da Elsa Morante Troppi progetti in contrasto sulla massiccia fortezza borbonica adibita a bagno penale. Che intanto resta un rudere -------------------------------------------------------------------------------- Fino a un paio di mesi fa un lucchetto manomesso lasciava uno spiraglio a misura duomo nel portone dingresso. Una distesa di rovi ricopriva la piazza dArmi e un lugubre scenario postbellico dominava allinterno di Palazzo dAvalos, antico edificio che fu residenza di Carlo di Borbone. Centinaia di divise ammucchiate, una distesa di matasse di cotone e rocchetti che un tempo erano prodotto del lavoro dei detenuti, telai antichi lasciati allincuria, vetri infranti, porte a pezzi. Frammenti rimasti tra le arcate di piperno del massiccio nato cinque secoli fa. Visibili di giorno ai turisti più temerari, di notte ai tossicodipendenti. Così, il Comune, dopo le lamentele degli abitanti di Terra Murata, ha sostituito il lucchetto. E ha chiuso le porte del bagno penale su quel che resta del castello in rovina. A più di trentanni dalla chiusura di Palazzo DAvalos - la parte più antica della fortezza a cui si sono aggiunti ampliamenti a partire dallOttocento, risistemato da Ferdinando Fuga e Carlo Vanvitelli - e a venti dalla dismissione generale, il castello aragonese che fu poi prigione borbonica mostra i segni di una pericolosa decadenza. Uno spazio enorme, "la fortezza in mezzo al mare" lo chiamava la scrittrice Elsa Morante - 20 mila metri quadrati coperti, 15 mila di terreni coltivati a vigneti e 7 mila di spazi demaniali - per un valore complessivo tra i 20 e i 30 milioni di euro, sulla cui destinazione duso si discute da anni. Attualmente di proprietà del Demanio (in precedenza era di competenza del ministero di Grazia e giustizia), vincolato dalla Soprintendenza, il bene sta al centro di mire imprenditoriali e strumentalizzazioni politiche che lo trasformerebbero volentieri in un "relais de charme". «Da un anno aspettiamo una risposta dal tecnico del Demanio che è venuto per un sopralluogo», dice il sindaco di Procida Gerardo Lubrano. «Il nostro lavoro, intanto, va avanti. Riceviamo di continuo imprenditori stranieri che vogliono comprarlo per farci un albergo di lusso, anche se insistiamo per riservare in Palazzo DAvalos uno spazio per i convegni e le attività culturali. Ne dovrebbero venir fuori almeno un centinaio di stanze perché i lavori da fare sono impegnativi e chi investe non vuole rimetterci. La struttura è vincolata, non sarà facile. Il Comune, comunque, con lintenzione di promuovere unoperazione che incentivi il turismo, si sposerà con il privato che darà concrete garanzie di futura gestione corretta». Larea dellex carcere potrebbe rientrare nei progetti di alta valorizzazione, riferiscono dagli uffici del Demanio, e sfociare in una operazione sul modello di Villa Tolomei a Roma che oggi ospita eventi e mostre. Attualmente però lo stallo è tra il Comune di Procida e la Regione, ognuno fermo nelle proprie idee: il sindaco è interessato a una struttura ricettiva, la Regione a un centro di ricerca e formazione per lalta cucina. Finché non ci sarà una idea comune e condivisa, la situazione resta comè. «Abbiamo messo i vincoli a tutti i corpi di fabbrica del carcere quattro anni fa dice larchitetto Pierino Vacca, funzionario delegato di Procida della Soprintendenza di Napoli e, comunque, il Comune non ha titolo per vendere il bene. Qualsiasi destinazione di uno spazio così importante dovrà rispettare i vincoli, non dico che la destinazione alberghiera massacri necessariamente la struttura, ma è il processo di trasformazione che va governato. Non si possono costruire 100 stanze e abbattere tutti gli elementi architettonici di valore che quelle stanze conservano. In alcune celle del corpo ottocentesco, per un espediente architettonico-illusionistico, distesi sul letto si vede il mare». A una diversa destinazione si era pensato dieci anni fa. Un progetto, in accordo con Fondazione Idis, Regione, Comune e Soprintendenza, immaginava in quegli spazi un atelier di produzione, dove si assistesse alla creazione delle opere darte nel momento del loro farsi. La piccola Alcatraz del Sud sarebbe diventata una città-laboratorio dellarte e degli artisti, con un museo allinterno di Palazzo dAvalos e un centro di documentazione nella palazzina del cortile, i laboratori per la fusione e la lavorazione del bronzo, le celle adibite a foresterie. Il progetto fu discusso e messo su carta ma al momento della fattibilità i lavori si fermarono. Oggi sul castello gravano lincuria e, nonostante i lavori di consolidamento della Soprintendenza, ledificio ha bisogno di un intervento radicale. Per il momento, «le finestre a bocca di lupo che davano sul mare senza vederlo» verso cui, nel romanzo della Morante, Arturo si inerpica sulle orme del padre e del suo segreto amante prigioniero del carcere, sono diventate elementi di un rudere.