Monique Veaute, ovvero il fascino dei barbari. Sorride, la nuova direttrice di Palazzo Grassi, quando butta là la sua battuta sui rapporti fra Pinault e Venezia: «Noi siamo i barbari». Ma quelli venuti per restare. Per costruire. Per aiutare Venezia a riscoprire se stessa. In fondo non ha detto qualcuno che senza i barbari Venezia non sarebbe neanche nata? Come ambasciatrice (o comandante in capo, fate voi) il finanziere francese non poteva scegliere di meglio. Una signora vivacissima, seducente, colta, capace di praticare la diplomazia (come ha dimostrato a Roma e a Parigi, facendo lavorare insieme realtà diversissime) senza rinunciare alla verità, anche se dissimulata nell'ironia. Come quando ammette che queste doti le risulteranno utili nel districarsi fra gli orticelli, i personalismi, i veti di Venezia, «che in fondo è una grande organizzazione internazionale, una specie di Onu». D'altra parte non teme il confronto con le forti personalità: «È più facile che con i deboli, che qui come a Roma o a Parigi hanno paura di tutto e bloccano qualsiasi cosa». Dal suo ufficio all'ultimo piano di Palazzo Grassi, mentre si sta ancora godendo la sua luna di miele con la città, Monique Veaute ha già delineato le "strategie di attacco": ottime relazioni con le istituzioni, e in particolare con il mondo artistico e accademico, a partire dal Comune, dalla Sovrintendenza, dalla Biennale, e persine con quella Fondazione Guggenheim con cui Pinault ha dovuto compete-re fino all'ultimo per la concessione dei locali di Punta della Dogana, dove sta sorgendo la sua seconda testa di ponte in città. «Da loro mi è arrivato il primo augurio di benvenuto, quando sono arrivata a Venezia a fine agosto - racconta la direttrice -Più che di concorrenza, con la Guggenheim parlerei di complementarietà: d'altra parte chi vorrà andare da Palazzo Grassi alla Dogana, deve passare proprio davanti alla loro sede. E così abbiamo confermato l'accordo per il biglietto cumulativo, che consente di entrare con lo sconto alla Guggenheim a chi ha acquistato il biglietto per Palazzo Grassi, e viceversa». E l'università? «È uno dei rapporti a cui tengo di più, come ho mostrato già a Roma. Il mondo intellettuale è quello che ha più chiavi di lettura del contemporaneo, quello in grado di costruire ponti fra gli artisti, che sono nell'immaginario, e il mondo della realtà. A questo scopo abbiamo già attivato un accordo con lo Iuav e Ca' Foscari per organizzare a partire da dicembre una serie di incontri-laboratorio fra artisti, critici, curatori di manifestazioni, docenti e studenti». Con quale idea di Venezia è arrivata in città? «Beh, noi siamo i barbari, no? Scherzi a parte, Pinault non è un alieno, ha scelto di "essere" nella città, di contribuire a consolidarne le radici. Questo, mi sembra, è il senso della nostra presenza a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana: veniamo a vivere qui, con uno staff di persone che arrivano anche da Roma, da Parigi, da Londra, da New York, e incrementiamo un turismo non certo di massa, ma rispettoso della città, e attento alla sua specificità. C'è una cosa che a me interessa particolarmente: il confronto fra il grande patrimonio di Venezia e la contemporaneità, fra due identità artistiche molto forti, che scelgono di coabitare, più che di contaminarsi. Questo potrà essere il nostro contributo, naturalmente nel dialogo con la Biennale, che è uno delle manifestazioni più belle e interessanti del mondo in questo campo». Come sarà articolata la proposta delle vostre due strutture? «Palazzo Grassi ospiterà due mostre all'anno, proponendo a rotazione una rassegna sulle civiltà storiche (a partire da quella sui Barbari, al via a gennaio), una monografica e una sull'arte contemporanea. Nell'autunno del 2008, ad esempio, Francesco Bonami realizzerà "Italix", 140 opere di artisti italiani dal 1968 ad oggi, che successivamente andranno anche a Chicago e in un paese asiatico, mentre i "Barbari" andranno anche a Bonn. A Punta della Dogana invece troveranno posto, a rotazione, le opere della collezione di monsieur Pinault». Uno dei maggiori rilievi alla vostra proposta, arrivato in particolare dalla Regione, è che si tratta di una vetrina, una musealizzazione dell'arte contemporanea, piuttosto che un "work in progress", come richiederebbe questo comparto artistico... «Ma non è vero! Certo Pinault, come qualsiasi collezionista al mondo, ha piacere di far vedere le opere raccolte. Ma poi per lui è una vera e propria missione anche promuovere un dialogo fra gli artisti e la città, portandoli addirittura ad operare nei luoghi in cui le loro opere verranno esposte, com'è avvenuto a Palazzo Grassi e avverrà a Punta della Dogana. Per questo la collezione è in continua evoluzione». Parafrasando il titolo della prima mostra di Pinault, dove sta andando l'arte contemporanea? «Mi pare che siamo in un'epoca barocca, piena di stimoli e di frammentazioni, a differenza dagli anni '60, quando c'erano correnti chiare e definite: c'è il ritorno della pittura e della scultura, ma anche il ricorso al digitale, e la possibilità per l'artista di interagire con la realtà in tempo reale, attraverso i media. Anche per questo nelle opere recenti c'è tanta enfasi sulla violenza, sulla guerra, ci sono tanti corpi violati e straziati. Ma in fondo è già accaduto nel passato: Delacroix non dipingeva la guerra? E Rembrandt le autopsie?» Torniamo ai "Barbari": anche oggi i nostri confini, la nostra sicurezza, sono minacciati dagli stranieri... «Il confronto fra i Barbari e Roma è sempre stato raccontato come un puro scontro, mentre invece è stato anche un periodo di coabitazione e di scambio, come racconteremo nella nostra mostra, alla fine del quale si è evoluta una società diversa da quella originaria. Per venire all'oggi, mi sembra che la paura (che a volte sconfina nel razzismo) si possa superare solo con la conoscenza dell'altro: conoscenza che ovviamente deve essere reciproca. In questo modo anche noi acquisiremo maggiore coscienza di chi siamo». Insegnante e giornalista, fondatrice di Romaeuropa e ambasciatrice di Pinault Nata nel 1951 a Tubinga, in Germania, ma cresciuta in Francia, Monique Veaute si è laureata in sociologia e filosofia a Strasburgo, ed ha fatto («per un paio di anni disastrosi», confessa) l'insegnante. Poi diventa organizzatrice culturale, produttrice radiofonica (di musica, classica, contemporanea e pop) e redattrice a Radio France, dove cura i dialoghi culturali con grandi intellettuali come Lacan e Levi Strauss. Responsabile degli eventi internazionali a France Musique, fonda e dirige la sezione Musica della Biennale di Parigi, si occupa di cultura e audiovisivi per la Presidenza della Camera dei Deputati di Francia, diventa Consigliere Culturale all'Ambasciata di Francia a Lisbona. Nel 1984 lascia Parigi per Roma, chiamata da Jean-Marie Drot (direttore dell'Accademia di Francia a Roma) per fondare e dirigere il Festival Roma-europa di Villa Medici, di cui è stata fino alla scelta di Palazzo Grassi, direttore generale e artistico. In questa veste riesce a catalizzare attorno all'omonima fondazione una trentina di accademie straniere. Fra le sue proposte - da Boulez a Serio, da Octavio Paz ai Berliner Philarmoniker - ci fu anche la scoperta e il lancio, nel 2002, dell'Orchestra di Piazza di Vittorio. Dal 2003 è Direttore Artistico del Teatro Palladiani dell'Università Roma Tre. A Roma Monique Veaute si è anche sposata, cinque anni fa, con l'economista Marco Causi, assessore al bilancio del Comune: «poveretto», è il suo commento, riferito alla politica. Nonostante i suoi impegni romani, fino ad agosto la nuova direttrice di Palazzo Grassi è stata anche nello staff dell'ex presidente del Senegal Abdou Diouf, ora segretario generale dell'Organizzazione internazionale della francofonia, che tiene i collegamenti con ben 68 paesi dei vari continenti. Dal 2006 è Cavaliere al Merito della Repubblica italiana.