I carabinieri del nucleo tutela del patrimonio, che esperienza ne hanno molta, dicono che l'ultimo reperto archeologico rubato a Pompei è un «obiettivo anomalo». Vale circa tremila euro, il ricettatore l'avrà pagato meno, pesa un quintale. Ora, per quella cifra, sarebbe logico orientarsi verso qualcosa di meno ingombrante e pesante. Inoltre un furto siffatto richiede una confidenza molto elevata nell'impunità durante l'azione dolosa. È un furto «anomalo» perché è evidente che quel che più conta per i ladri non è l'oggetto rubato, ma l'avvertimento che si dà rubandolo. Questa roba va avanti da un pezzo. E' significativo che di recente non è solo avvenuta una sequela di furti, ma è andata a fuoco anche la cabina elettrica del sistema di videosorveglianza. Anche lì il significato non era tanto quello dì rendere più eludibile la sorveglianza, quanto di avvertire che non c'è bisogno di nessuna sorveglianza, se non si altera lo status quo. Il profilo che si evince da tutto ciò è che questi episodi non sono opera propriamente di ladri, ma di una peculiare malavita organizzata. Ora i ladri non si trovano, anche perché è probabile che non abbiano un interesse primario a vendere quanto hanno rubato. Dell'organizzazione malavitosa non sappiamo. Al contrario sappiamo che a Pompei c'è un ottimo sovrintendente, Piero Giovanni Guzzo, c'è un manager che viene dalle forze armate, c'è perso-nale molto dedito e preparato, che fa tutto quello che può. Bisogna dar loro una mano. Da qualche anno è in corso una ristrutturazione nella organizzazione del personale. Quest'area di scavi è una fonte notevole di ricchezza. Pompei è, dopo gli Uffizi, il luogo d'arte più visitato d'Italia. Solo la biglietteria (ma quante cose fioriscono intorno ad una biglietteria) ha un gettito notevole. Pompei è una sovrintendenza autonoma, con speciale regime organizzativo, non solo per l'importanza del sito, ma per la cospicua autonomia di questa sua fonte di finanziamento. Per riuscire a capire quanti siano i visitatori - giornalieri, settimanali, mensili, annui - c'è voluto tempo. Ancor più connettere il numero dei visitatori ai biglietti venduti, sciogliere le difficili alchimie dell'ingresso gratuito, quello di gruppo, ridotto, intero. Poi c'è il problema complesso della gestione complessiva, della manutenzione, delle modalità di visita, dei nuovi scavi. Per decenni tutto ciò ha fatto parte di un «altro» pianeta, a cui provvedeva una forma fuori d'ogni norma di priva-tizzazione pseudosindacalizzata. Lo Stato era lì quasi solo nominalmente. Poi è ritornato e ha incominciato a riprendere in mano una situazione molto compromessa, attraverso gli strumenti amministrativi, che non garantiscono facili soluzioni, non sono armi veloci. Difficile poi il risanamento di un tessuto, in un contesto estemo anch'esso difficile, come ben si sa. E più l'azione risanatrice va avanti, più si moltiplicano gli «obiettivi anomali». Perfezionare rapidamente i dispositivi di sorveglianza e sicurezza è certo un obiettivo necessario, ma può non essere del tutto risolutivo. Perciò ci rivolgiamo al ministro dell'Interno, non perché pensiamo che le forze dell'ordine non agiscano come dovrebbero, convinti anziché fanno tutto quello che è in loro potere. Ci rivolgiamo a lui perché il problema ha rilevanza politica nazionale. Ripetiamo: Pompei è tra i siti d'arte più visitati d'Italia, centinaia di migliaia di turisti l'anno. E' un luogo simbolo. Non può esserlo di forme di organizzazione malavitosa. Il problema va preso in carico con una specifica cura. Gli amici dì Pompei sono tanti. La gente perbene e capace che ci lavora è numerosa. Questa macchia va cancellata.